Una città può essere piena e sembrare vuota
Il centro storico di Roma non è mai stato così frequentato.
Ogni giorno lo attraversano turisti, lavoratori, studenti, pellegrini, clienti, taxi, rider, guide, gruppi organizzati, dipendenti pubblici, professionisti, visitatori di passaggio, persone che dormono una notte e ripartono la mattina dopo.
Eppure, in molte ore della giornata, in molte strade, in molti palazzi, il centro sembra perdere qualcosa di essenziale: la vita ordinaria.
Non il rumore.
Non il consumo.
Non il movimento.
Non la presenza fisica delle persone.
La vita.
Quella fatta di portoni che si aprono al mattino, bambini che vanno a scuola, anziani che conoscono il farmacista, botteghe che tengono una serranda aperta anche quando non conviene, vicini che si salutano, famiglie che fanno la spesa, studenti che restano, residenti che protestano, commercianti che riconoscono i clienti, strade che non servono solo a passare ma anche ad appartenere.
Il centro storico di Roma non rischia di morire perché arrivano i turisti.
Rischia di morire se diventa impossibile viverci normalmente.
Il problema non è il turismo. È la sostituzione della città
Roma ha bisogno del turismo. Sarebbe assurdo negarlo.
Il turismo porta lavoro, reddito, commercio, visibilità internazionale, domanda culturale, occupazione alberghiera, ristorazione, servizi e una parte decisiva dell’economia cittadina.
Il punto non è scegliere tra turisti e residenti.
Il punto è capire se il centro storico può continuare a essere una città oppure se sta diventando una piattaforma di consumo.
C’è una differenza enorme.
Una città turistica resta città quando i visitatori entrano in un tessuto vivo: scuole, case, uffici, negozi utili, servizi pubblici, mercati, artigiani, famiglie, anziani, bambini, biblioteche, presidi sanitari, trasporti, luoghi di vicinato.
Una piattaforma turistica, invece, funziona per flussi: check-in, check-out, tavolini, souvenir, food delivery, stanze brevi, valigie, fotografie, esperienze acquistabili, consumo veloce, rotazione continua.
La domanda per Roma è questa: il centro storico sta accogliendo il turismo o si sta lasciando sostituire dal turismo?
Il centro non è solo patrimonio. È anche quartiere
Uno degli errori più grandi è pensare al centro storico solo come patrimonio monumentale.
Il centro è certamente il cuore simbolico della Capitale. Ma non è soltanto un insieme di piazze, chiese, palazzi, fontane, musei e scorci da cartolina.
È anche un quartiere.
O meglio: è un insieme di quartieri dentro il Municipio I, ciascuno con una propria storia, una propria economia, una propria fragilità e una propria popolazione reale.
Per questo la questione va letta dentro una cornice più ampia: quella del Municipio I Centro Storico-Prati, il territorio in cui Roma concentra una parte enorme della propria immagine, ma anche molte delle sue contraddizioni più dure.
Il Municipio I non è soltanto il luogo dove Roma viene fotografata.
È il luogo dove Roma deve dimostrare se riesce ancora a tenere insieme bellezza, residenza, lavoro, commercio, turismo, mobilità, sicurezza, decoro, servizi e diritto alla città.
Chi vive davvero nel centro di Roma?
La domanda sembra semplice. In realtà è una delle più politiche che si possano fare.
Chi vive davvero nel centro di Roma?
Chi ha ancora una casa stabile?
Chi può permettersi un affitto?
Chi riesce a crescere figli?
Chi trova una scuola vicina?
Chi ha un supermercato accessibile?
Chi ha un medico, una farmacia, una bottega, un mercato, un servizio di prossimità?
Chi può restare quando il valore immobiliare spinge tutto verso usi più redditizi?
RomaEconomiaUrbana.it ha già affrontato questo tema nell’articolo “Municipio I, la città temporanea: chi vive davvero nel centro di Roma?”. Ma oggi quella domanda va portata un passo oltre.
Il problema non è soltanto chi abita il centro.
Il problema è se il centro è ancora pensato per essere abitato.
Perché una città non si svuota solo quando perde residenti. Si svuota anche quando i residenti rimangono ma tutto intorno a loro smette di funzionare per la vita quotidiana.
La città rifatta per chi?
Negli ultimi anni Roma centro è stata attraversata da cantieri, riqualificazioni, pedonalizzazioni, interventi sullo spazio pubblico, rifacimenti, sistemazioni, nuove regole, nuove pressioni legate ai grandi eventi e alla crescita dei flussi.
Molti interventi erano necessari. Una Capitale non può permettersi spazi degradati, marciapiedi inadeguati, piazze disordinate, percorsi turistici indegni del suo ruolo.
Ma ogni volta che si rifà un pezzo di città bisogna chiedersi: per chi lo si sta rifacendo?
Per i residenti?
Per i turisti?
Per gli operatori economici?
Per gli eventi?
Per i flussi?
Per il decoro fotografabile?
Per la vivibilità quotidiana?
Non è una domanda retorica.
Una piazza può essere più bella ma meno abitabile.
Una strada può essere più ordinata ma meno utile ai residenti.
Un marciapiede può diventare più elegante ma essere occupato da funzioni che riducono lo spazio reale di chi vive lì.
Una zona può apparire più attrattiva e diventare, nello stesso tempo, meno accessibile per chi la abita.
Il nodo era già stato posto nell’articolo “Municipio I, la città rifatta: Roma ha migliorato il centro o lo ha preparato ai flussi?”. Oggi la risposta non può più essere rimandata.
Il centro storico non può essere riqualificato solo per essere attraversato meglio.
Deve essere riqualificato per essere vissuto meglio.
La rendita è più veloce della comunità
Il centro storico di Roma è uno degli spazi urbani più desiderati d’Italia. E dove il desiderio cresce, cresce anche la rendita.
La rendita immobiliare è una forza silenziosa. Non fa rumore come un cantiere, non protesta come un comitato, non appare come un’emergenza. Ma trasforma la città in profondità.
Cambia gli usi degli immobili.
Cambia i contratti.
Cambia il commercio.
Cambia la composizione sociale.
Cambia le aspettative dei proprietari.
Cambia il tipo di investimenti.
Cambia perfino il modo in cui un quartiere viene immaginato.
Se un appartamento rende di più come alloggio turistico che come casa stabile, il mercato spinge in quella direzione.
Se un locale rende di più come attività rivolta ai visitatori che come servizio di quartiere, il mercato spinge in quella direzione.
Se una strada diventa più redditizia come corridoio di consumo che come spazio di vita, il mercato spinge in quella direzione.
Il problema non è che esista il mercato.
Il problema è che senza una visione pubblica la rendita diventa la vera pianificazione urbana.
E una città governata solo dalla rendita non decide più cosa vuole essere. Si lascia scegliere da chi può pagare di più.
Botteghe, scuole, bambini: la città ordinaria che scompare
Quando si parla di centro storico, il dibattito si concentra spesso su turismo, affitti brevi, dehors, decoro e sicurezza.
Ma la vera domanda è più semplice: nel centro si può ancora vivere una vita normale?
Una famiglia può organizzare la propria settimana senza sentirsi ospite nel proprio quartiere?
Un bambino può crescere in un ambiente che non sia soltanto attraversato da adulti di passaggio?
Un anziano può trovare servizi vicini senza dover dipendere da una città costruita per il consumo veloce?
Un residente può dormire, muoversi, fare la spesa, incontrare persone, usare lo spazio pubblico senza sentirsi minoranza residuale?
La città ordinaria non è meno importante della città monumentale.
Anzi, è ciò che consente alla città monumentale di restare vera.
Un centro senza residenti rischia di diventare una scenografia.
Un centro senza botteghe diventa un corridoio commerciale.
Un centro senza bambini diventa una città senza futuro.
Un centro senza servizi diventa un luogo da vendere, non da abitare.
Un centro senza comunità diventa un’immagine.
E Roma non può permettersi che il suo cuore diventi soltanto un’immagine.
Chi lavora nel centro, ma non lo vive
C’è poi un’altra contraddizione decisiva.
Il centro storico è pieno di persone che lavorano per farlo funzionare, ma non possono permettersi di viverci.
Camerieri, addetti alle pulizie, commessi, receptionist, guide, rider, tassisti, autisti, tecnici, dipendenti pubblici, operatori museali, lavoratori della ristorazione, della ricettività, della sicurezza, della manutenzione, dei servizi.
Ogni giorno entrano nel centro, lo tengono in piedi, servono l’economia dei flussi, garantiscono l’esperienza dei visitatori e poi spesso tornano altrove.
RomaEconomiaUrbana.it ha già raccontato questa frattura nell’articolo “Roma, la città che lavora con chi non la vive”. Nel centro storico questa frattura diventa ancora più evidente.
Il cuore della Capitale funziona grazie a persone che in larga parte non possono abitarlo.
Questa è una delle grandi ingiustizie urbane contemporanee: la città più desiderata è spesso inaccessibile proprio a chi la rende possibile.
Il turista non è il nemico. L’assenza di governo sì
È facile trasformare il turista nel bersaglio. Sarebbe un errore.
Il turista non è il nemico del centro storico. Il turista è una componente naturale e necessaria di Roma. Una città come Roma deve essere visitata, raccontata, desiderata, attraversata.
Il problema non è la presenza dei visitatori.
Il problema è l’assenza di governo dei flussi.
Quando i flussi non sono governati, si concentrano sempre negli stessi luoghi.
Quando gli affitti brevi non sono regolati, cambiano la funzione degli immobili.
Quando il commercio non è orientato, perde profondità e si ripete.
Quando lo spazio pubblico non è difeso, viene occupato dalla funzione più redditizia.
Quando i residenti non sono protetti, diventano comparse nella propria città.
Il turismo può convivere con la residenza.
Ma questa convivenza non nasce spontaneamente. Va costruita.
Con regole, controlli, pianificazione, dati, limiti, incentivi, servizi, qualità urbana e una scelta politica esplicita: il centro storico deve restare abitato.
Il centro storico come bene comune, non solo come prodotto
Roma è abituata a pensare il proprio centro come patrimonio.
Ma oggi deve imparare a pensarlo anche come bene comune urbano.
Un bene comune non è qualcosa che si conserva solo restaurandolo. È qualcosa che si mantiene vivo garantendo equilibrio tra usi diversi.
Il centro storico è bene comune se può essere visitato, ma anche abitato.
È bene comune se produce reddito, ma anche servizi.
È bene comune se attrae investimenti, ma non espelle comunità.
È bene comune se accoglie visitatori, ma non cancella residenti.
È bene comune se genera valore, ma restituisce qualità alla città.
Se invece viene trattato solo come prodotto turistico, allora ogni cosa viene valutata in base alla capacità di generare consumo: una strada vale per quante persone la attraversano, un palazzo per quanto rende, una piazza per quanto può essere occupata, un appartamento per quante notti può essere venduto.
Questa non è economia urbana.
È estrazione urbana.
Che cosa dovrebbe fare Roma
Roma non può limitarsi a osservare il cambiamento del centro storico come se fosse un fenomeno naturale.
Non lo è.
Le città cambiano sempre, ma il modo in cui cambiano dipende dalle scelte pubbliche.
Roma dovrebbe costruire una strategia specifica per il centro abitato, non solo per il centro visitato.
Servono dati aggiornati e pubblici sugli usi degli immobili.
Servono regole chiare sugli affitti brevi.
Servono politiche per trattenere residenti e famiglie.
Servono incentivi al commercio di prossimità.
Servono servizi pubblici adeguati a chi vive nel centro, non solo a chi lo attraversa.
Servono controlli sullo spazio pubblico.
Servono politiche abitative compatibili con una Capitale turistica.
Servono scuole, presidi sanitari, mercati, trasporti e manutenzione pensati anche per la città quotidiana.
Soprattutto, serve una domanda guida: ogni intervento nel centro storico aumenta o riduce la possibilità di viverci?
Se la risposta è “riduce”, allora quell’intervento non è vera rigenerazione.
È trasformazione al servizio dei flussi.
Il centro storico può sopravvivere senza residenti?
No, se vuole restare città.
Può sopravvivere come destinazione.
Può sopravvivere come marchio.
Può sopravvivere come fondale turistico.
Può sopravvivere come macchina economica.
Può sopravvivere come patrimonio da fotografare.
Ma non può sopravvivere come città.
Una città senza residenti non è più una città completa. È un luogo funzionante ma fragile, pieno ma impoverito, ricco di valore ma povero di appartenenza.
Roma deve scegliere.
Può lasciare che il centro storico diventi il luogo dove tutti passano e sempre meno persone restano.
Oppure può decidere che il cuore della Capitale non è solo un bene da mostrare, vendere, affittare, consumare e attraversare.
È un luogo da abitare.
E questa, oggi, è una delle grandi questioni politiche di Roma: non come portare più persone nel centro, ma come fare in modo che qualcuno possa ancora chiamarlo casa.
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