L’inizio: una frontiera senza dogana

Alle sette del mattino, tra Borgo Pio, via della Conciliazione e piazza Risorgimento, Roma cambia forma senza cambiare nome.

I residenti escono di casa, i bar alzano le serrande, gli autobus scaricano gruppi di pellegrini, i taxi cercano spazio, i commercianti preparano vetrine e dehors, le forze dell’ordine presidiano i varchi, le guide turistiche sollevano ombrelli colorati, i fedeli camminano verso San Pietro. A pochi metri, dentro una continuità urbana quasi perfetta, finisce Roma Capitale e comincia lo Stato della Città del Vaticano.

Non c’è una frontiera come le altre. Non c’è un confine che separa davvero. C’è piuttosto una sovrapposizione: giuridica, simbolica, economica, urbanistica.

Oltretevere non è semplicemente “l’altra parte del Tevere”. È una condizione permanente della città. Roma contiene il Vaticano, ma ne è anche contenuta. Lo ospita, lo serve, lo attraversa, lo subisce, lo valorizza, lo monetizza. E il Vaticano, a sua volta, proietta su Roma una forza che non è soltanto religiosa: è turistica, immobiliare, diplomatica, culturale, amministrativa, fiscale, sociale.

Il rapporto tra Roma Capitale e Vaticano non è un rapporto tra vicini. È una relazione strutturale tra una metropoli e una sovranità universale, tra la città dei residenti e la città dei pellegrini, tra la Capitale della Repubblica e il centro mondiale della cattolicità.


La tesi del dossier

Il Vaticano non è un corpo estraneo dentro Roma. È una delle sue grandi infrastrutture invisibili.

Non produce soltanto fede, liturgia, pellegrinaggi e diplomazia. Produce domanda alberghiera, flussi turistici, investimenti pubblici, pressione sui quartieri centrali, valore immobiliare, dispositivi di sicurezza, negoziazione istituzionale, conflitti fiscali, welfare di prossimità, reputazione globale.

Roma, allo stesso tempo, offre al Vaticano ciò che uno Stato di dimensioni minime non potrebbe mai produrre autonomamente alla stessa scala: trasporti, aeroporti, stazioni, ospedali, alberghi, ristorazione, servizi urbani, lavoro, sicurezza diffusa, quartieri, accoglienza, infrastrutture.

È uno scambio continuo. Ma non sempre misurato. E proprio qui nasce il problema politico: Roma sa quanto vale il Vaticano per la città? E sa quanto costa?


1. La radice storica: dalla ferita del 1870 alla convivenza regolata

Il rapporto moderno tra Roma e Vaticano nasce da una rottura: il 20 settembre 1870, con la presa di Roma e la fine del potere temporale dei papi. Da quel momento Roma diventa capitale del Regno d’Italia, mentre la Santa Sede perde il proprio territorio politico e la cosiddetta “questione romana” diventa uno dei nodi centrali della storia italiana.

La soluzione arriva nel 1929 con i Patti Lateranensi. La legge n. 810 del 27 maggio 1929 dà esecuzione al Trattato, ai quattro allegati e al Concordato sottoscritti l’11 febbraio dello stesso anno tra Santa Sede e Italia. È il momento in cui la frattura del 1870 viene chiusa sul piano giuridico: nasce lo Stato della Città del Vaticano e viene riconosciuta una sovranità piena alla Santa Sede nel cuore di Roma. (Normattiva)

Da lì in poi Roma non è più soltanto la capitale politica italiana. Diventa una città a doppia profondità: capitale dello Stato italiano e piattaforma materiale della sovranità vaticana.

Il secondo passaggio decisivo arriva nel 1984, con la revisione del Concordato lateranense. La legge n. 121 del 1985 ratifica l’accordo firmato il 18 febbraio 1984 tra Repubblica italiana e Santa Sede. Il nuovo impianto riconosce la reciproca indipendenza e sovranità di Stato e Chiesa, ciascuno nel proprio ordine, e sostituisce la logica confessionale con una logica di collaborazione regolata. (Presidenza del Consiglio dei Ministri)

Il punto politico è enorme: la religione cattolica non è più religione di Stato, ma Roma resta il centro mondiale della Chiesa cattolica. La città diventa così il luogo in cui la laicità repubblicana e la centralità religiosa globale devono convivere ogni giorno.


Box — Le date che spiegano Oltretevere

1870 — Presa di Roma e apertura della Questione romana.
1929 — Patti Lateranensi: nasce lo Stato della Città del Vaticano.
1948 — La Costituzione italiana riconosce il metodo pattizio nei rapporti Stato-Chiesa.
1984 — Revisione del Concordato: fine della religione cattolica come religione di Stato.
1985 — Leggi attuative su Concordato, enti ecclesiastici e beni.
2000 — Il Grande Giubileo ridisegna mobilità, accoglienza e immagine della città.
2013 — Lo Statuto di Roma Capitale formalizza il raccordo speciale con la Santa Sede.
2025 — Giubileo della Speranza: Roma gestisce oltre 33 milioni di pellegrini.
2033 — Orizzonte del prossimo grande Giubileo della Redenzione: la vera sfida sarà pianificare prima, non rincorrere dopo.


2. Roma Capitale riconosce la propria eccezione

La specialità del rapporto non è rimasta confinata nei trattati internazionali. È entrata nello Statuto di Roma Capitale.

L’articolo 1 dello Statuto definisce Roma non solo Capitale d’Italia, ma anche “centro della cristianità” e punto d’incontro tra culture, religioni ed etnie diverse. Lo stesso articolo prevede che, nell’esercizio delle funzioni amministrative conferite a Roma Capitale, i rapporti con gli organismi e gli uffici della Santa Sede siano regolati con modalità organizzative e forme di raccordo definite dalla Giunta Capitolina, anche in deroga all’ordinamento dei Municipi. (Comune di Roma)

Questa disposizione è più importante di quanto sembri.

Significa che Roma riconosce formalmente che il Vaticano non è un interlocutore ordinario. Non è un’ambasciata, non è un grande attrattore turistico, non è solo un luogo religioso. È un soggetto che impone alla città una modalità speciale di organizzazione amministrativa.

A Roma, la Santa Sede non è solo un vicino. È un fattore di governo urbano.


3. Il Giubileo: quando il Vaticano diventa politica urbana

Il Giubileo è il momento in cui la relazione Roma-Vaticano smette di essere astratta e diventa fisica.

Diventa cantiere.
Diventa deviazione del traffico.
Diventa albergo pieno.
Diventa presidio di sicurezza.
Diventa raccolta rifiuti.
Diventa ordinanza.
Diventa pedonalizzazione.
Diventa investimento pubblico.
Diventa domanda di trasporto.
Diventa pressione sui quartieri.

Per il Giubileo 2025, Vatican News ha indicato 33.475.369 pellegrini arrivati a Roma da 185 Paesi. (Vatican News) È una cifra che da sola spiega perché il Vaticano sia una questione urbana prima ancora che turistica.

Roma Capitale ricorda che il programma degli interventi giubilari, escluso Caput Mundi, comprende 184 interventi per 2,909 miliardi di euro, di cui 1,286 miliardi finanziati con fondi stanziati dalla legge di bilancio 2022. (Comune di Roma)

L’opera simbolo è Piazza Pia: il sottovia e la nuova area pedonale tra Castel Sant’Angelo e via della Conciliazione. Non è soltanto un’infrastruttura. È un gesto urbano: togliere una frattura automobilistica e costruire una continuità scenografica, pedonale e simbolica tra Roma e San Pietro.

Qui si vede il meccanismo profondo del rapporto: il Vaticano genera il picco di domanda, lo Stato finanzia, Roma realizza, i pellegrini usano, la città eredita.


Box — I numeri del rapporto Roma-Vaticano

51,4 milioni
Le presenze turistiche comunicate da Roma Capitale per il 2024, con 22,2 milioni di arrivi. (Comune di Roma)

Oltre 42,7 milioni
Le presenze turistiche nel Comune di Roma rilevate da Istat per il 2024, pari al 9,2% del totale nazionale. (Istat)

33.475.369
I pellegrini arrivati a Roma per il Giubileo 2025 secondo Vatican News. (Vatican News)

4.234
Le unità immobiliari gestite in Italia da APSA nel 2024. (Vatican News)

6 milioni di euro
L’IMU versata da APSA in Italia nel 2024. (Vatican News)

3,19 milioni di euro
L’IRES versata da APSA in Italia nel 2024. (Vatican News)


4. Il turismo religioso: la rendita globale di Roma

Roma è la prima città turistica italiana. Nel 2024, secondo Roma Capitale, ha raggiunto 51,4 milioni di presenze e 22,2 milioni di arrivi, segnando un record storico. (Comune di Roma) Istat, con una diversa base statistica, rileva per lo stesso anno oltre 42,7 milioni di presenze nel Comune di Roma, pari al 9,2% del totale nazionale. (Istat)

Questi numeri non sono tutti “vaticani”. Roma è Colosseo, Fori, Trastevere, musei, shopping, congressi, università, cinema, sport, diplomazia, archeologia, vita notturna, ristorazione. Ma il Vaticano è una componente strutturale della domanda turistica romana.

San Pietro, i Musei Vaticani, le basiliche papali, le udienze, le canonizzazioni, i funerali pontifici, i conclavi e gli Anni Santi non sono eventi isolati. Sono un calendario permanente di attrazione globale.

Il turismo religioso ha una caratteristica particolare: non si limita a visitare Roma, la attraversa secondo assi molto precisi. San Pietro, via della Conciliazione, Castel Sant’Angelo, Prati, Borgo, Ottaviano, Lepanto, Aurelio, San Giovanni, Santa Maria Maggiore, San Paolo fuori le Mura.

Questo produce ricchezza, ma anche concentrazione. Alcuni quartieri assorbono benefici economici evidenti; gli stessi quartieri subiscono congestione, pressione commerciale, trasformazione dell’offerta abitativa, aumento dei flussi, tensione tra residenti e visitatori.

Il Vaticano è una rendita urbana. Ma ogni rendita va governata.


5. La domanda scomoda: chi guadagna e chi paga?

Il rapporto Roma-Vaticano è spesso raccontato in due modi opposti.

Il primo è celebrativo: il Vaticano porta prestigio, turismo, investimenti, centralità mondiale.
Il secondo è polemico: il Vaticano pesa sulla città, occupa spazio, produce costi e beneficia di regimi speciali.

Entrambe le letture sono vere, ma incomplete.

Roma guadagna dal Vaticano in almeno cinque modi: attrattività internazionale, turismo, domanda alberghiera e commerciale, investimenti pubblici accelerati, reputazione globale. Il Vaticano guadagna da Roma in almeno cinque modi: infrastrutture, trasporti, ospitalità, sicurezza, servizi urbani.

Il nodo non è stabilire se il rapporto convenga. Il nodo è misurarlo.

Quanto incassa Roma dai flussi religiosi?
Quanto spende per gestirli?
Quanto vale il gettito turistico prodotto dagli eventi vaticani?
Quanto costano sicurezza, pulizia, mobilità e manutenzione?
Quanta occupazione dipende dall’ecosistema Vaticano-Chiesa?
Quanto patrimonio immobiliare ecclesiastico è usato per funzioni sociali e quanto per funzioni economiche?

Oggi manca una contabilità pubblica integrata capace di rispondere in modo completo. Ed è questa assenza di numeri a lasciare spazio sia alla retorica sia alla polemica.


6. Il patrimonio immobiliare: la questione più delicata

Il tema più sensibile è il patrimonio immobiliare.

Parlare genericamente di “immobili del Vaticano” è impreciso. Bisogna distinguere tra immobili dello Stato della Città del Vaticano, immobili della Santa Sede o di amministrazioni collegate, immobili di APSA, immobili di enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, strutture religiose, scuole, case generalizie, conventi, collegi, ospitalità religiosa, immobili a uso sociale e immobili a reddito.

La parte più misurabile riguarda APSA, l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica. Nel 2024 APSA gestiva in Italia 4.234 unità immobiliari: 2.866 di proprietà dell’Amministrazione e 1.368 di altri enti. Sempre nel 2024, APSA ha versato in Italia 6 milioni di euro di IMU e 3,19 milioni di euro di IRES. (Vatican News)

Questo dato è importante perché rompe una semplificazione: non tutto ciò che appartiene all’universo vaticano è fiscalmente invisibile. Almeno per APSA, esiste un contributo fiscale dichiarato.

Ma il punto resta aperto: attorno al Vaticano esiste una galassia di enti ecclesiastici, strutture religiose, immobili storici e funzioni miste che incidono sul mercato urbano romano. Alcuni immobili svolgono attività sociali o religiose. Altri ospitano attività educative. Altri ancora possono avere funzioni economiche.

È qui che nasce il conflitto: quando un immobile religioso produce valore economico, quale regime fiscale deve avere? Quando un’attività è culto, assistenza o cultura, e quando diventa impresa?


Box — Il nodo fiscale in parole semplici

La questione non è se la Chiesa possa possedere immobili.
Può farlo.

La questione non è se un ente religioso possa svolgere attività sociali, educative o assistenziali.
Può farlo.

La questione vera è un’altra: quando un’attività svolta da un ente ecclesiastico diventa attività economica, deve essere trattata fiscalmente come le altre attività economiche?

La legge n. 222 del 1985 distingue le attività di religione o culto dalle attività diverse, includendo tra queste assistenza, beneficenza, istruzione, educazione, cultura e, in ogni caso, attività commerciali o a scopo di lucro. (Wikisource)

È su questa linea di confine che si gioca una parte decisiva del rapporto tra Roma, Stato italiano, Santa Sede ed enti ecclesiastici.


7. ICI, IMU e aiuti di Stato: il conflitto mai davvero chiuso

Il tema fiscale non è un dettaglio tecnico. È uno dei punti in cui la specialità ecclesiastica incontra la finanza locale.

Il Dipartimento delle Finanze ha dedicato una sezione specifica al recupero dell’ICI per gli enti non commerciali, in attuazione della disciplina relativa agli anni 2006-2011. (Ministero dell'Economia e delle Finanze) La questione nasce dal rapporto tra esenzioni fiscali, immobili usati anche per attività economiche e disciplina europea sugli aiuti di Stato.

Il punto non riguarda solo Roma, ma a Roma assume una rilevanza particolare per la concentrazione di immobili ecclesiastici e attività collegate al mondo religioso.

Il conflitto fiscale, quindi, non è una guerra contro il Vaticano. È una domanda di equità: in una città che fatica a finanziare trasporti, manutenzioni, casa, servizi sociali e decoro urbano, quali immobili devono contribuire e quali no? E soprattutto: chi controlla, con quali dati, con quale trasparenza?


8. Welfare e parrocchie: l’altra faccia di Oltretevere

Ridurre il rapporto Roma-Vaticano a turismo, tasse e immobili sarebbe però un errore.

C’è un’altra infrastruttura, più silenziosa ma profondamente urbana: quella sociale. Parrocchie, Caritas, istituti religiosi, scuole cattoliche, mense, dormitori, centri di ascolto, sportelli, spazi educativi, attività di prossimità.

Questa rete intercetta bisogni che spesso la macchina pubblica fatica a raggiungere. Nei quartieri più fragili, la parrocchia non è soltanto un luogo di culto: può essere presidio sociale, punto di ascolto, spazio educativo, luogo di mediazione, rete di aiuto.

È una funzione che ha valore pubblico, anche quando non è pubblica.

Qui il Vaticano non opera soltanto come sovranità. Opera, attraverso la diocesi, il Vicariato, le parrocchie e gli enti religiosi, come infrastruttura sociale diffusa.

La domanda urbana è decisiva: questa rete può essere integrata in una programmazione cittadina più moderna, misurabile e trasparente, senza diventare sostitutiva dei doveri pubblici e senza perdere la propria autonomia?


9. San Pietro: la piazza che è anche una frontiera

La sicurezza è il punto in cui Oltretevere diventa più concreto.

Piazza San Pietro è uno spazio unico al mondo: piazza religiosa, luogo turistico, teatro mediatico, confine di Stato, obiettivo sensibile, accesso simbolico alla cristianità.

Ogni grande evento pontificio attiva una macchina che coinvolge Vaticano, Prefettura, Questura, forze dell’ordine, polizia locale, protezione civile, Regione Lazio, aziende di trasporto, sanità, volontari, uffici comunali.

La folla che arriva a San Pietro non si materializza dentro il Vaticano. Attraversa Roma. Dorme a Roma. Mangia a Roma. Usa metropolitane, bus, taxi, marciapiedi, strade, bagni pubblici, pronto soccorso, segnaletica, aree di attesa, varchi di controllo.

Il Vaticano concentra il significato. Roma assorbe la complessità.

Ed è qui che si capisce perché il rapporto tra Roma e Santa Sede non possa essere letto solo come relazione internazionale. È gestione quotidiana dello spazio urbano.


10. I quartieri della pressione: Prati, Borgo, Aurelio, San Pietro

La relazione Roma-Vaticano non pesa su tutta la città allo stesso modo.

Ci sono quartieri che vivono il Vaticano come opportunità economica e come pressione quotidiana. Prati, Borgo, Trionfale, Aurelio, San Pietro, Balduina, parte del Centro storico, l’asse di Castel Sant’Angelo, via della Conciliazione, piazza Risorgimento, Ottaviano.

Qui il pellegrino non è una categoria astratta. È una presenza fisica che entra nei bar, negli alberghi, nei B&B, nei negozi religiosi, nei ristoranti, nelle farmacie, nei taxi, negli autobus, nei marciapiedi, negli androni dei palazzi, nei flussi della metropolitana.

Questi quartieri monetizzano la centralità vaticana, ma ne pagano anche il costo: traffico, affollamento, trasformazione commerciale, pressione ricettiva, perdita di servizi di prossimità, aumento degli affitti brevi, difficoltà di parcheggio, cantieri, ordinanze speciali.

Il rischio è che il beneficio sia metropolitano e il costo sia locale.

Per questo Roma dovrebbe ragionare su una fiscalità e una programmazione urbana capaci di redistribuire almeno parte del valore generato dai grandi attrattori verso i quartieri che ne sopportano il carico.


Box — Chi beneficia e chi sostiene il costo

Beneficiano direttamente
Alberghi, B&B, ristorazione, commercio turistico, guide, trasporti, taxi, operatori culturali, servizi di accoglienza, proprietari immobiliari nelle aree più richieste.

Beneficiano indirettamente
Roma Capitale, Stato, Regione, filiera turistica, immagine internazionale della città, sistema congressuale e culturale.

Sostengono i costi più visibili
Residenti dei quartieri vaticani, pendolari, utenti del trasporto pubblico, commercianti penalizzati da cantieri o deviazioni, amministrazione comunale, forze dell’ordine, servizi di pulizia e manutenzione.

Il punto politico
Il valore generato dal Vaticano è enorme. Ma Roma deve decidere come misurarlo, governarlo e redistribuirlo.


11. La città sacra e la città ordinaria

Il conflitto più profondo non è tra Roma e Vaticano. È tra due modi di usare la stessa città.

Da una parte c’è la Roma universale: San Pietro, le basiliche, i pellegrinaggi, le udienze, i grandi eventi, la diplomazia, la spiritualità globale.

Dall’altra c’è la Roma ordinaria: chi vive a Prati e deve andare al lavoro, chi prende la metro a Ottaviano, chi porta i figli a scuola, chi cerca casa, chi aspetta un autobus, chi convive con cantieri, barriere, folla e trasformazione commerciale.

La città universale ha bisogno della città ordinaria per funzionare.
La città ordinaria ha bisogno che la città universale non la schiacci.

Questo è il cuore del dossier: Oltretevere è una risorsa straordinaria, ma non può essere trattata come una zona franca urbanistica, fiscale o amministrativa. Deve diventare oggetto di una politica urbana esplicita.


12. Il grande assente: un conto economico Roma-Vaticano

Roma dovrebbe dotarsi di un conto economico pubblico del rapporto con il Vaticano e con i grandi eventi religiosi.

Non per ridurre la relazione a denaro. Ma per sottrarla alla propaganda.

Un conto economico serio dovrebbe misurare almeno:

  • spesa turistica generata da pellegrini ed eventi religiosi;

  • gettito da contributo di soggiorno riconducibile ai flussi religiosi;

  • costi di sicurezza, pulizia, mobilità, manutenzione, segnaletica e protezione civile;

  • impatto su alberghi, extralberghiero, commercio e ristorazione;

  • pressione sui quartieri più esposti;

  • valore degli investimenti pubblici permanenti;

  • uso sociale ed economico del patrimonio ecclesiastico;

  • occupazione diretta e indiretta prodotta dall’ecosistema Vaticano-Chiesa.

Senza questo strumento, Roma continuerà a discutere del Vaticano per impressioni, appartenenze e polemiche. Con questo strumento, potrebbe finalmente governare una delle sue principali economie urbane.


13. La prossima partita: il patrimonio sottoutilizzato

La questione più interessante per il futuro non è solo quante tasse paghino gli immobili ecclesiastici. È che cosa possano diventare.

Roma ha un bisogno enorme di spazi per abitare, formare, assistere, curare, educare, accogliere, produrre cultura. Allo stesso tempo, una parte del patrimonio ecclesiastico e religioso appare sottoutilizzata, in trasformazione o difficilmente sostenibile secondo le funzioni originarie.

Qui può nascere una nuova stagione del rapporto Roma-Chiesa.

Non una stagione di scontro, ma di patti urbani: immobili religiosi riattivati per student housing, residenze sociali, formazione professionale, poli culturali, assistenza, senior housing, accoglienza temporanea, servizi territoriali.

La domanda è politica e urbanistica: il patrimonio ecclesiastico può diventare una leva di rigenerazione urbana senza essere semplicemente privatizzato, svenduto o trasformato in rendita turistica?

È probabilmente su questo terreno che si giocherà la parte più moderna del rapporto tra Roma e Oltretevere.


14. Dal Giubileo dell’emergenza al Giubileo della programmazione

Roma ha spesso vissuto i grandi eventi come acceleratori tardivi. Arriva la scadenza, arrivano i fondi, arrivano i cantieri, arrivano le deroghe, arriva la corsa finale.

Il Giubileo 2025 ha prodotto interventi importanti, ma ha anche confermato un modello: la città accelera quando viene messa sotto pressione.

Il salto di qualità sarebbe passare da una logica emergenziale a una logica permanente. Il prossimo grande orizzonte religioso è il 2033, Giubileo della Redenzione. La vera domanda è se Roma arriverà a quell’appuntamento con un piano già maturo o con l’ennesima rincorsa.

Pianificare prima significa decidere oggi su mobilità, spazi pubblici, accessibilità, sicurezza, accoglienza, patrimonio, fiscalità, quartieri coinvolti, dati, governance.

Per una volta, Roma dovrebbe usare il Vaticano non come scadenza che obbliga a correre, ma come leva per programmare.


15. Una nuova agenda per Roma Capitale

Un rapporto maturo tra Roma e Vaticano dovrebbe poggiare su cinque strumenti.

Primo: una mappa pubblica del patrimonio.
Non una mappa polemica, ma conoscitiva: immobili vaticani, immobili della Santa Sede, immobili APSA, immobili di enti ecclesiastici, usi sociali, usi religiosi, usi economici, regimi fiscali.

Secondo: un osservatorio sul turismo religioso.
Roma deve sapere quanto pesa il turismo religioso, dove dorme, quanto spende, quali quartieri attraversa, quali servizi usa.

Terzo: un conto economico dei grandi eventi.
Ogni Giubileo dovrebbe lasciare non solo opere, ma anche dati: costi, ricavi, impatti, benefici permanenti.

Quarto: patti di quartiere nelle aree vaticane.
Prati, Borgo, San Pietro, Aurelio e Trionfale non possono essere solo zone di attraversamento. Devono ricevere investimenti proporzionati al carico che sopportano.

Quinto: un piano di riuso sociale del patrimonio ecclesiastico sottoutilizzato.
La città ha bisogno di spazi. La Chiesa possiede una rete storica di immobili. La convergenza può produrre valore pubblico.


Conclusione: Oltretevere non è fuori Roma. È una delle forme di Roma

Roma è l’unica grande capitale europea che ospita nel proprio corpo urbano il centro di una religione mondiale, una sovranità internazionale, una rete diplomatica, un patrimonio storico e immobiliare diffuso, una macchina di pellegrinaggio globale e una rete sociale radicata nei quartieri.

Questa unicità non è un dettaglio identitario. È una struttura economica e politica.

Il Vaticano porta a Roma prestigio, flussi, investimenti, domanda turistica, centralità mondiale. Roma porta al Vaticano tutto ciò che rende possibile quella centralità: città, servizi, infrastrutture, lavoro, sicurezza, accoglienza, spazio.

Il rapporto funziona perché i due sistemi sono diversi ma inseparabili.

Il punto, oggi, non è difendere o attaccare il Vaticano. Il punto è governare Oltretevere come una grande questione urbana.

Con più dati.
Con più trasparenza.
Con più equilibrio tra rendita e responsabilità.
Con più attenzione ai quartieri che sostengono il peso della centralità.
Con più capacità di trasformare patrimonio, turismo e grandi eventi in valore pubblico.

Oltretevere non è fuori Roma.
È una delle forme più potenti di Roma.

Una città dentro la città.
E una delle chiavi per capire il futuro della Capitale.

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