Il primo dossier raccontava la casa che diventa ospitalità temporanea. ( leggi qui Chi vide davvero il centro di Roma ? )

Il secondo racconta la strada che diventa sala esterna.

Nel Municipio I la trasformazione del centro non passa solo dagli appartamenti turistici, dai codici digitali sui portoni e dai trolley sulle scale. Passa anche dai tavolini, dalle pedane, dalle fioriere, dagli ombrelloni, dai dehors, dai percorsi pedonali interrotti, dai marciapiedi ridotti, dalle piazze che diventano estensioni commerciali.

Anche qui il punto non è essere contro bar, ristoranti o imprese. Il punto è più serio: quando lo spazio pubblico viene occupato stabilmente da funzioni private, chi decide quale pezzo di città resta davvero comune?

Roma Capitale ha scelto una formula efficace per raccontare il nuovo regolamento sull’Occupazione di Suolo Pubblico: “Non è solo un tavolino. È un pezzo di città.” La frase funziona perché dice la verità. Un tavolino non è mai solo un tavolino quando si colloca in una strada storica, su un marciapiede stretto, accanto a un portone, davanti a un monumento, dentro un rione abitato, in un’area già satura di turismo, affitti brevi, movida e commercio di passaggio. Il Campidoglio presenta il nuovo regolamento come uno strumento per regole chiare, tempi certi e trasparenza nell’uso dello spazio pubblico. (Roma Capitale)

La domanda del dossier è questa: nel centro di Roma lo spazio pubblico è ancora pubblico o è diventato una risorsa da concedere, contendere e monetizzare?

L’emergenza Covid è finita. Le occupazioni sono rimaste

Il 6 marzo 2025 l’Assemblea Capitolina ha approvato il nuovo regolamento per l’Occupazione di Suolo Pubblico delle attività di somministrazione di alimenti e bevande. La riforma nasce per superare la stagione delle deroghe e delle occupazioni emergenziali nate durante il Covid, introducendo un quadro ordinario per dehors, tavolini e arredi esterni. 

Il nuovo impianto divide la città in ambiti differenti, con regole più stringenti nelle aree storiche e sensibili. Roma Capitale ha poi concesso alle imprese tempo fino al 31 marzo 2026 per presentare le domande di adeguamento, chiarendo che la dilazione serve ad accompagnare in modo ordinato l’applicazione del regolamento e che chi non presenta domanda entro quel termine decade. 

Il punto politico è evidente: l’amministrazione prova a chiudere la stagione dell’eccezione e a riportare i tavolini dentro una disciplina ordinaria.

Ma la domanda resta: ordinaria per chi?

Per l’impresa, ordinario significa poter programmare investimenti, personale, arredi e fatturato.
Per il residente, ordinario significa poter camminare, dormire, affacciarsi, attraversare, rientrare a casa.
Per il Comune, ordinario significa autorizzare, incassare, controllare, sanzionare.
Per il patrimonio storico, ordinario significa non diventare scenografia commerciale permanente.

Tutti invocano ordine. Ma non tutti intendono lo stesso ordine.

Il Municipio I è l’epicentro

Il Municipio I è il territorio dove questa contraddizione esplode.

Centro Storico, Trastevere, Campo de’ Fiori, Monti, Pantheon, Piazza Navona, Prati, Testaccio, Esquilino, via del Governo Vecchio, via della Pace, via dei Coronari, via del Boschetto, piazza della Rotonda: qui la strada non è mai solo strada. È accesso alle case, percorso turistico, spazio monumentale, luogo commerciale, area di movida, passaggio pedonale, corridoio per consegne, emergenze, rifiuti, persone fragili.

Secondo Il Tempo, dopo la scadenza del 31 marzo 2026 erano arrivate 2.747 domande di adeguamento in tutta Roma, di cui 1.263 nel solo Municipio I. Sempre secondo la stessa ricostruzione, nel Municipio I le occupazioni complessive supererebbero le 3.300, con oltre 2.000 esercenti potenzialmente senza titolo valido se non hanno presentato domanda nei termini. 

Sono numeri che richiedono riscontro amministrativo puntuale, ma già indicano la scala del problema.

Nel Municipio I non si discute di qualche sedia fuori posto. Si discute di migliaia di porzioni di suolo pubblico in un territorio fragile, vincolato, congestionato e già sottoposto alla pressione degli affitti brevi, della ristorazione, dei flussi turistici e della trasformazione commerciale.

Qui il tavolino non è arredo. È politica urbana.

Il dato più duro: controlli e irregolarità

Nei primi nove mesi del 2025, secondo RaiNews/TGR Lazio, la Polizia Locale di Roma Capitale ha effettuato oltre 10.000 controlli su locali e bar, accertando circa 4.000 situazioni irregolari, di cui 2.000 per occupazioni di suolo pubblico abusive o irregolari. Il servizio parla di sanzioni in crescita e di boom di irregolarità nel I Municipio. 

Questo dato chiude la porta alla minimizzazione.

Se su migliaia di controlli emergono migliaia di irregolarità, non siamo davanti a un fenomeno episodico. Siamo davanti a un sistema fragile: concessioni difficili da verificare, superfici eccedenti, dehors fuori misura, pedane abusive, proroghe, ricorsi, controlli complessi, tolleranze accumulate.

Il punto non è solo chi viola.
Il punto è perché il sistema produce violazioni in scala.

Il nuovo regolamento promette ordine. I numeri dei controlli raccontano il disordine da cui si parte.

La città concessa

Lo spazio pubblico è pubblico perché appartiene alla collettività. Quando viene concesso a un’attività privata, non smette formalmente di essere pubblico, ma cambia funzione: diventa spazio economico.

Questo non è illegittimo. È una normale pratica amministrativa. Ma proprio perché è normale, deve essere rigorosa.

Il problema nasce quando la concessione viene percepita come diritto acquisito. Quando il tavolino non è più una possibilità autorizzata, ma una pretesa permanente. Quando l’eccezione Covid diventa assetto strutturale. Quando la pedana smette di essere temporanea e diventa parte fissa del paesaggio. Quando il passaggio pedonale viene trattato come spazio residuo, non come funzione primaria della città.

A quel punto la città resta pubblica nella proprietà, ma diventa privata nell’uso.

Il cittadino non viene formalmente escluso. Viene progressivamente spinto ai margini: deve deviare, stringersi, fare slalom, abbassare la voce, sopportare rumore, lasciare spazio al consumo.

Il tema non è estetico. È democratico.

Il Tar e il limite dei divieti assoluti

Il conflitto è arrivato anche davanti al giudice amministrativo.

Il Tar del Lazio ha annullato in parte la disciplina capitolina sui dehors, accogliendo parzialmente il ricorso di due esercenti concessionari di suolo pubblico. Il nodo riguarda il divieto assoluto di pedane nelle zone pedonali e nel Sito UNESCO: secondo i giudici, non si può escludere che in alcuni casi la pedana sia necessaria, per esempio in presenza di pavimentazioni sconnesse; occorre una valutazione caso per caso. (ANSA.it)

Questa decisione non è un via libera generalizzato alle pedane. Sposta però la questione su un terreno più difficile: Roma non può limitarsi a vietare o concedere in blocco. Deve istruire, motivare, distinguere, verificare.

Il Campidoglio ha infatti ribadito che nelle aree UNESCO potrà restare possibile installare pedane previa istruttoria e compatibilmente con i pareri delle Sovrintendenze e della Polizia Locale. 

Qui emerge il nodo amministrativo: Roma ha la capacità materiale di valutare caso per caso migliaia di occupazioni nel territorio più fragile della città?

Il problema non è solo la norma. È la macchina che deve applicarla.

La Giunta: ordine, decoro, accompagnamento

La linea della Giunta Capitolina è chiara: superare il caos post-Covid, dare regole certe, accompagnare le imprese, garantire trasparenza, decoro e qualità dello spazio pubblico. La proroga al 31 marzo 2026 è stata presentata dall’assessora Monica Lucarelli come un modo per rispettare l’impegno preso con le categorie e accompagnare in modo ordinato il passaggio al nuovo regolamento. 

È una linea politicamente comprensibile: il Campidoglio vuole apparire insieme garante delle regole e interlocutore delle imprese.

Ma il dossier pone la domanda decisiva: quante occupazioni verranno davvero ridotte, quante confermate, quante respinte, quante rimosse e quante sanzionate?

Il decoro non si misura nelle campagne informative.
Si misura nei marciapiedi.

Non basta dire che lo spazio pubblico va valorizzato. Bisogna dimostrare dove viene restituito.


Le categorie: regole certe, non guerra ai pubblici esercizi

Le categorie economiche rivendicano il bisogno di certezza.

FIPE Confcommercio Roma ha sostenuto il nuovo regolamento sottolineando l’esigenza di un equilibrio tra sviluppo commerciale, nuove abitudini di consumo, decoro degli spazi pubblici e lotta all’abusivismo. Il presidente Sergio Paolantoni ha parlato di “regole uguali per tutti” e di rispetto del decoro, evidenziando il superamento del vecchio criterio legato soltanto al fronte vetrina. 

La posizione delle imprese non può essere liquidata. Molti locali hanno investito su arredi, personale, servizio esterno e qualità dell’accoglienza. Per una parte della ristorazione, il tavolino esterno non è un capriccio: è una componente economica essenziale.

Ma proprio qui bisogna distinguere.

Un conto è l’impresa regolare.
Un conto è l’abusivismo.
Un conto è la qualità dell’arredo.
Un conto è la sottrazione di spazio al pedone.
Un conto è la certezza amministrativa.
Un conto è la rendita di posizione accumulata negli anni.
Un conto è servire la città.
Un conto è occuparla.

Il problema non è avere tavolini. Il problema è quando il tavolino diventa il criterio dominante di progettazione della strada.

Residenti e comitati: il diritto a passare

Dall’altra parte c’è una questione elementare: il diritto a passare.

Il dibattito pubblico ha spesso ridotto la questione a “dehors sì” o “dehors no”. Ma per chi abita il centro il problema è concreto: larghezza dei passaggi, accessibilità, rumore serale, accumulo di rifiuti, occupazioni eccedenti, difficoltà per carrozzine e sedie a rotelle, riduzione della fruibilità delle piazze, trasformazione delle strade in sale ristorante permanenti.

Abitare Roma ha descritto il regolamento come divisivo: imprese soddisfatte per una maggiore flessibilità, residenti e associazioni preoccupati dal rischio di un centro trasformato in un labirinto di dehors. 

Il tema è semplice: una città non è accessibile perché formalmente un passaggio esiste. È accessibile se quel passaggio è reale, continuo, sicuro, dignitoso.

Nel Municipio I questo riguarda soprattutto chi ha meno forza: anziani, disabili, bambini, residenti che si muovono a piedi, persone che non consumano e quindi non comprano il diritto di sedersi.

Il tavolino è una funzione economica.
Il marciapiede è una funzione democratica.

Quando entrano in conflitto, la politica deve scegliere.

Il temporaneo che diventa permanente

Il punto giuridico e urbano più delicato riguarda la durata.

La giurisprudenza richiamata da Carteinregola distingue la vera precarietà dalla semplice rimovibilità materiale: una struttura è davvero temporanea solo se risponde a esigenze contingenti e limitate nel tempo, non se resta stabilmente nello spazio pubblico per anni. 

È qui che il dossier tocca il cuore del problema.

Il dehors può essere smontabile e tuttavia diventare permanente nella vita della strada.
La pedana può essere rimovibile e tuttavia modificare stabilmente l’uso della piazza.
La fioriera può sembrare arredo e tuttavia segnare un confine.
L’ombrellone può sembrare leggero e tuttavia privatizzare una porzione di spazio comune.

La domanda non è solo se una struttura si possa togliere.
La domanda è da quanto tempo sta lì, con quali effetti, a favore di chi e a danno di quale uso pubblico.

Quando il temporaneo diventa permanente, la città cambia senza ammetterlo.

Le opposizioni: basta formule generiche

Sul regolamento OSP la contrapposizione politica esiste, ma deve uscire dalla genericità. Le opposizioni possono criticare la Giunta per motivi opposti: perché il regolamento è troppo permissivo, perché è troppo restrittivo, perché arriva tardi, perché scarica sui Municipi una mole ingestibile, perché non protegge abbastanza le imprese, perché non protegge abbastanza i residenti.

Ma sul Municipio I le domande non possono restare astratte.

Le opposizioni capitoline e municipali sono favorevoli alla rimozione immediata delle occupazioni senza titolo? Sono favorevoli alla pubblicazione della mappa delle concessioni? Sono favorevoli a tutelare passaggi pedonali effettivi, non solo teorici? Sono favorevoli a mantenere vincoli stringenti nelle piazze storiche? Sono favorevoli a distinguere tra attività regolari e abusi? Sono favorevoli a controlli più duri anche quando incidono su categorie economiche organizzate?

Il tema non è “più tavolini” o “meno tavolini”.

Il tema è chi governa i metri quadrati della città.

Sul suolo pubblico il silenzio non è neutralità. È una scelta.

Il punto cieco: i metri quadrati

Il dato decisivo non è ancora abbastanza visibile.

Quanti metri quadrati di suolo pubblico sono concessi nel Municipio I?
Quanti sono occupati da tavolini, sedie, pedane, ombrelloni, fioriere e parapedonali?
Quanti sono nel Sito UNESCO?
Quanti insistono su marciapiedi sotto misura?
Quanti sono davanti a scuole, chiese, monumenti, portoni, fermate, attraversamenti?
Quanti hanno titolo valido?
Quanti hanno presentato domanda di adeguamento entro il 31 marzo 2026?
Quanti sono decaduti?
Quanti sono stati rimossi?
Quanti controlli sono stati fatti dopo la scadenza?
Quante sanzioni sono state riscosse?
Quante occupazioni abusive sono state effettivamente eliminate?

Senza questi dati, la discussione resta estetica.
Con questi dati, diventa governo della città.

Il vero dossier non è sui tavolini. È sui metri quadrati.

Le strade dove la questione diventa visibile

Ci sono luoghi del Municipio I in cui il tema non ha bisogno di essere spiegato. Basta camminare.

A Trastevere la pressione serale e notturna si somma alla residenza e alla fragilità del tessuto storico.
A Campo de’ Fiori il confine tra piazza, mercato, ristorazione e movida è da anni un campo di tensione.
Intorno al Pantheon e a Piazza Navona la presenza monumentale si intreccia con l’economia del consumo turistico.
A Monti la vita di quartiere convive con locali, turismo e vie strette.
A Prati la ristorazione esterna si aggiunge a uffici, flussi vaticani e traffico.
A Testaccio la dimensione residenziale entra in tensione con consumo serale e attività di somministrazione.
All’Esquilino l’uso dello spazio pubblico incrocia commercio, marginalità, stazione, mercati, residenza e multiculturalità.

In ciascuna di queste aree la domanda è la stessa: quanto spazio resta a chi non consuma?

È la domanda più semplice e più politica.

La città camminabile come bene pubblico

Il centro storico non si tutela solo proteggendo monumenti o vietando abusi edilizi. Si tutela anche garantendo la possibilità di camminare.

Camminare non è un atto secondario. È il modo primario con cui una città storica viene vissuta. Se il pedone deve fare slalom tra tavoli, camerieri, scooter, fioriere, pedane, dehors, turisti, consegne e rifiuti, il problema non è solo il decoro. È la cittadinanza.

La città camminabile è un bene pubblico.

Non riguarda solo il turista che fotografa. Riguarda il residente che torna a casa, il bambino che va a scuola, l’anziano che attraversa la strada, la persona con disabilità che chiede continuità di percorso, il lavoratore che consegna, il commerciante che non ha dehors, il condomino che non può aprire una finestra senza trovarsi dentro il rumore di una sala esterna.

Una città in cui si può camminare è una città che riconosce ancora il cittadino prima del consumatore.

Il bivio della Giunta

La Giunta Capitolina ha davanti tre strade.

La prima è la strada comunicativa: campagne, slogan, tavoli, proroghe, regole dichiarate.

La seconda è la strada amministrativa: nuove domande, nuovi parametri, nuova modulistica, nuovi pareri.

La terza è la strada politica: dire chiaramente dove lo spazio pubblico va restituito, dove può essere concesso, dove va ridotto, dove va controllato, dove va rimosso.

Solo la terza cambia la città.

Perché il punto non è scrivere il regolamento. Il punto è applicarlo dove fa più male: nelle aree sature, nei vicoli congestionati, nelle piazze di pregio, nei marciapiedi già insufficienti, nelle occupazioni senza titolo, nelle situazioni in cui l’interesse privato ha preso il sopravvento sul bene comune.

Il nuovo regolamento OSP sarà giudicato non dalla sua architettura normativa, ma da una scena molto semplice: una persona che cammina nel centro di Roma e capisce se la strada è ancora anche sua.

La domanda finale

Il primo dossier chiedeva se il centro storico fosse ancora abitato.

Il secondo chiede se sia ancora attraversabile.

Casa e strada sono i due luoghi fondamentali della città. Se la casa diventa ricettività temporanea e la strada diventa sala commerciale permanente, il centro storico non muore. Diventa altro.

Più pieno, forse.
Più redditizio, certamente.
Più vivo, non necessariamente.
Più pubblico, no.

Il Municipio I è oggi il laboratorio più evidente di questa trasformazione.

Roma non deve scegliere tra residenti e imprese. Deve scegliere se governare il rapporto tra interesse economico e diritto alla città.

Perché non è solo un tavolino.
È un pezzo di città.

E se è un pezzo di città, allora appartiene a tutti prima di essere concesso a qualcuno.

Box documentale — I numeri chiave

Indicatore

Dato

Approvazione nuovo regolamento OSP

6 marzo 2025

Termine finale per domande di adeguamento

31 marzo 2026

Controlli su locali e bar nei primi nove mesi 2025

oltre 10.000

Situazioni irregolari accertate

circa 4.000

Occupazioni abusive o irregolari

circa 2.000

Domande di adeguamento arrivate a Roma secondo Il Tempo

2.747

Domande nel solo Municipio I secondo Il Tempo

1.263

OSP complessive stimate nel Municipio I secondo Il Tempo

oltre 3.300

Esercenti potenzialmente senza titolo nel Municipio I secondo Il Tempo

oltre 2.000

Box politico — Le posizioni in campo

Giunta Capitolina
Punta a superare la fase emergenziale post-Covid, dare regole certe, accompagnare le imprese e migliorare qualità e decoro dello spazio pubblico. La proroga al 31 marzo 2026 è stata motivata come passaggio ordinato verso il nuovo regolamento.

Categorie economiche
FIPE Confcommercio Roma sostiene la necessità di regole chiare, lotta all’abusivismo, criteri uniformi e tutela del decoro, dentro un equilibrio che consenta agli operatori di programmare l’attività.

Residenti e associazioni
Il fronte critico teme che maggiore flessibilità si traduca in più pressione su strade, marciapiedi, piazze e rioni storici, trasformando parti del centro in un labirinto di dehors.

Giudice amministrativo
Il Tar del Lazio ha escluso la legittimità di divieti assoluti sulle pedane nelle zone pedonali e UNESCO, imponendo valutazioni caso per caso. (ANSA.it)

Opposizioni
Il nodo politico è la posizione concreta sul territorio: rimozioni, controlli, mappa delle concessioni, passaggi pedonali effettivi, tutela delle piazze storiche, distinzione tra regolari e abusivi. Il voto non si misurerà sulla retorica del decoro, ma sui metri quadrati di città restituiti o concessi.

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Per leggere tutti gli approfondimenti dedicati al territorio, consulta la pagina con i dossier del Municipio I – Centro Storico e Prati.