I numeri e i fatti del dossier

  • Lo Stadio Flaminio fu progettato da Pier Luigi Nervi e Antonio Nervi, realizzato tra il 1957 e il 1959 e inaugurato nel 1959 in vista dei Giochi Olimpici di Roma 1960. 
  • La scheda del Censimento delle architetture italiane del Ministero della Cultura lo colloca nel quadrante Parioli-Flaminio, in viale dello Stadio Flaminio, e lo indica come opera di proprietà pubblica. 
  • Il Ministero della Cultura riporta per lo stadio una dichiarazione di notevole interesse del 27 settembre 2018, elemento che rende il tema della tutela centrale in ogni ipotesi di trasformazione. 
  • Il FAI descrive lo Stadio Flaminio come opera oggi in grave degrado, dopo anni di abbandono e interventi impropri. 
  • Nel febbraio 2026 Roma Capitale ha comunicato l’arrivo della documentazione della S.S. Lazio per la riqualificazione, l’ammodernamento e l’ampliamento dello stadio, con successiva analisi del fascicolo da parte degli uffici comunali e attivazione della conferenza dei servizi preliminare. 
  • Il progetto Lazio, secondo RaiNews, prevede un impianto da circa 50 mila posti, investimento indicato in circa 480 milioni di euro, utilizzo durante tutto l’anno, parcheggi a Tor di Quinto e obiettivo di apertura nel 2032. 

Ci sono edifici che Roma perde perché li demolisce.
Altri li perde perché li dimentica.
Altri ancora li perde perché li lascia sospesi per anni tra memoria, vincoli, promesse, progetti, contenziosi e occasioni mai compiute.

Lo Stadio Flaminio appartiene a questa terza categoria.

Non è una rovina qualsiasi. Non è un impianto sportivo qualunque. Non è un lotto urbano vuoto in attesa di valorizzazione. È uno dei luoghi in cui Roma ha depositato una parte della propria modernità olimpica, architettonica e pubblica.

Eppure oggi il Flaminio è soprattutto una domanda.

Che cosa deve diventare un grande bene pubblico quando la città non riesce più a usarlo?

La risposta più semplice è: bisogna recuperarlo.

Ma questa risposta non basta.

Perché recuperare non significa soltanto riaprire.
Rigenerare non significa soltanto investire.
Valorizzare non significa automaticamente privatizzare.
Restituire alla città non significa necessariamente trasformare un bene pubblico in una macchina commerciale.

Lo Stadio Flaminio è il luogo in cui Roma deve decidere se la rigenerazione urbana è ancora una politica pubblica o se è diventata il nome elegante di ogni operazione economicamente sostenibile.

Il Flaminio non è un vuoto: è un pezzo della Roma moderna

Per capire lo Stadio Flaminio bisogna uscire da una lettura puramente sportiva.

Il Flaminio non è soltanto uno stadio. È un frammento di un sistema urbano nato con Roma 1960. Intorno a esso si concentrano il Villaggio Olimpico, il Palazzetto dello Sport, il viadotto di Corso Francia, le attrezzature sportive, le architetture moderne e l’idea di una Capitale capace di presentarsi al mondo non solo con le rovine antiche, ma anche con infrastrutture contemporanee.

Roma, in quel momento, non si raccontava soltanto come città imperiale, barocca o ministeriale. Si raccontava come città moderna.

Lo Stadio Flaminio è parte di quella narrazione.

Fu progettato da Pier Luigi Nervi con Antonio Nervi, costruito tra il 1957 e il 1959 e inaugurato nel 1959. La scheda del Censimento delle architetture italiane del Ministero della Cultura ricorda anche che l’impianto ospitava funzioni complementari come palestre, piscina, bar, spogliatoi, pronto soccorso e dotazioni tecniche considerate avanzate per l’epoca. 

Questo è il punto decisivo: il Flaminio nacque già come infrastruttura più complessa di un semplice campo da gioco.

Era stadio, ma anche città sportiva.
Era architettura, ma anche servizio pubblico.
Era monumento moderno, ma anche attrezzatura quotidiana.

Oggi il rischio è dimenticare proprio questa complessità.

Se lo si guarda solo come stadio, si perde il sistema.
Se lo si guarda solo come monumento, si perde l’uso.
Se lo si guarda solo come occasione economica, si perde il carattere pubblico.

La città incompiuta

Il Flaminio è diventato uno dei simboli più evidenti della città incompiuta.

Roma è piena di luoghi così: spazi pubblici costruiti, usati, celebrati, poi abbandonati, poi promessi, poi studiati, poi contesi, poi di nuovo dimenticati. La città non li cancella. Li lascia lì, in una sospensione che diventa forma urbana.

Lo Stadio Flaminio è sospeso tra tre condizioni.

È troppo importante per essere demolito.
È troppo degradato per essere semplicemente riaperto.
È troppo appetibile per restare fuori dagli interessi economici.

Questa è la sua forza e la sua fragilità.

Il FAI segnala che lo stadio versa in grave degrado dopo anni di abbandono, interventi impropri e invecchiamento dei materiali e degli impianti. (Fondo Ambiente Italiano) Ma il degrado, in questo caso, non è solo fisico. È anche politico.

Perché il degrado di un bene pubblico non nasce mai in un giorno.

Nasce quando nessuno decide.
Nasce quando la manutenzione diventa rinvio.
Nasce quando la tutela diventa immobilismo.
Nasce quando il pubblico perde capacità di uso.
Nasce quando l’abbandono diventa l’argomento con cui, anni dopo, qualsiasi soluzione sembra migliore del vuoto.

Roma non ha perso il Flaminio per mancanza di memoria.

Lo ha perso per mancanza di governo.

Perché il progetto Lazio può essere un’occasione reale

Il progetto Lazio non va liquidato con sufficienza.

Sarebbe troppo facile, e anche sbagliato.

Dopo anni di abbandono, una proposta capace di mobilitare risorse private, riportare attenzione pubblica sullo stadio, riaprire una procedura amministrativa e immaginare un uso stabile dell’impianto rappresenta un fatto rilevante. Roma Capitale ha comunicato nel febbraio 2026 l’arrivo della documentazione della S.S. Lazio per la riqualificazione, l’ammodernamento e l’ampliamento dello Stadio Flaminio, avviando l’analisi del fascicolo per il successivo iter. 

Questo significa che il Flaminio non è più soltanto un tema di nostalgia, degrado o denuncia. È tornato a essere un possibile progetto urbano.

Ed è un passaggio importante.

Il progetto può essere un’occasione perché può portare investimenti, manutenzione, presidio, sicurezza, lavoro, eventi, nuova attrattività e fine dell’abbandono. Può riattivare un quadrante strategico tra Flaminio, Villaggio Olimpico, Parioli, Ponte Milvio, Auditorium e MAXXI. Può restituire funzione a un bene che oggi, così com’è, non serve né allo sport, né al quartiere, né alla memoria di Nervi.

Uno stadio vivo è certamente preferibile a uno stadio morto.

Ma proprio perché l’occasione è reale, le condizioni devono essere alte.

Non basta dire che il progetto salva il Flaminio.
Bisogna capire quale Flaminio salva.
Per chi lo salva.
Con quali usi.
Con quali vincoli.
Con quali benefici pubblici.
Con quale impatto sul quartiere.
Con quale equilibrio tra club, città e patrimonio.

Il progetto Lazio può essere una grande occasione. Ma una grande occasione urbana non può essere valutata solo dal punto di vista di chi la propone.

Deve essere valutata dal punto di vista della città che la riceve.

Il progetto Lazio: recupero o cambio di natura?

Secondo RaiNews, la proposta della Lazio prevede uno stadio da circa 50 mila posti, attivo tutto l’anno, con spazi commerciali e culturali, parcheggi delocalizzati a Tor di Quinto e obiettivo di apertura nel 2032. 

È evidente che non siamo davanti a una semplice ristrutturazione.

Siamo davanti a un possibile cambio di scala, di funzione e di natura.

Il Flaminio non verrebbe soltanto recuperato. Verrebbe trasformato in uno stadio moderno, ad alta intensità di uso, legato a un club professionistico, a una programmazione annuale, a funzioni commerciali e a una nuova centralità sportiva nel cuore del Municipio II.

Tutto questo può produrre valore.

Ma il valore urbano non coincide automaticamente con il valore economico dell’operazione.

Uno stadio contemporaneo non è solo spalti. È ristorazione, hospitality, eventi, negozi, sicurezza, sponsor, flussi, parcheggi, tecnologia, controllo, calendario, brand. Può generare lavoro, presidio e qualità. Può anche generare congestione, privatizzazione di fatto dello spazio, pressione commerciale e dipendenza del quartiere da una funzione dominante.

La domanda non è se sia meglio uno stadio abbandonato o uno stadio vivo. Sarebbe una domanda troppo facile.

La domanda vera è: a quali condizioni uno stadio vivo resta un bene per la città e non diventa solo un bene per chi lo gestisce?

La trappola della falsa alternativa

Nel dibattito pubblico sul Flaminio si rischia una semplificazione.

Da una parte chi dice: meglio il progetto Lazio che l’abbandono.
Dall’altra chi dice: meglio non toccarlo per non tradire Nervi.

Entrambe le posizioni, se irrigidite, sono insufficienti.

L’abbandono non può essere la tutela del patrimonio. Un’opera pubblica lasciata al degrado non viene conservata: viene consumata lentamente. Difendere il Flaminio non può voler dire lasciarlo morire in nome della purezza originaria.

Ma anche l’investimento privato non può essere automaticamente considerato interesse pubblico. Il fatto che qualcuno metta risorse non basta a rendere una trasformazione giusta, compatibile, proporzionata, sostenibile e utile alla città.

La vera alternativa non è tra abbandono e progetto.

La vera alternativa è tra rigenerazione pubblicamente governata e valorizzazione guidata dalla sola sostenibilità economica dell’operatore.

È qui che Roma deve essere adulta.

Un bene pubblico degradato non deve diventare ricattabile. Non si può arrivare al punto in cui qualunque progetto appare accettabile solo perché l’alternativa è il degrado.

Quando una città lascia marcire un bene, indebolisce la propria capacità negoziale. E quando la capacità negoziale si indebolisce, il recupero rischia di essere deciso più dall’urgenza che da una visione.

Il nodo della tutela: Nervi non può diventare una scenografia

Lo Stadio Flaminio non è un contenitore neutro.

È un’opera vincolata. Il Censimento del Ministero della Cultura riporta una dichiarazione di notevole interesse del 2018, elemento che impone una valutazione non soltanto funzionale o economica, ma anche culturale, architettonica e storica. (Censimento Architetture Italiane)

Il Flaminio non è tutelato perché è vecchio. È tutelato perché rappresenta un valore architettonico, tecnico e urbano.

La struttura in cemento armato, il rapporto tra forma e statica, la pensilina, le gradonate, il sedime, gli spazi interni, le funzioni originarie e il rapporto con il sistema olimpico sono parte del suo significato.

Non basta dire che il progetto conserva la struttura esistente.

Bisogna capire come la conserva.
Quanto la altera.
Quali parti rende leggibili.
Quali parti nasconde.
Quali funzioni elimina.
Quali funzioni aggiunge.
Quale rapporto produce tra opera originaria e nuovo involucro.
Quanto Nervi resta architettura e quanto diventa scenografia.

Il progetto di conservazione interdisciplinare promosso da Sapienza, con sostegno della Getty Foundation, dimostra che sul Flaminio esiste da anni una riflessione specialistica fondata su ricerca, conoscenza tecnica e tutela dell’opera moderna. (Stadio Flaminio)

Una città seria non deve scegliere tra tutela e uso.

Deve pretendere entrambe.

Il quartiere non è un accessorio del progetto

Il Flaminio non vive nel vuoto.

Sta dentro un quadrante delicatissimo: Villaggio Olimpico, Flaminio, Parioli, Ponte Milvio, Auditorium, MAXXI, Palazzetto dello Sport, viale Tiziano, via Flaminia, corso Francia, lungotevere, assi verso Roma nord e verso il centro.

È un’area già complessa. Non ha bisogno soltanto di un nuovo stadio. Ha bisogno di una visione urbana.

Ogni progetto sul Flaminio deve rispondere a domande molto concrete.

Come arrivano 50 mila persone?
Dove si fermano?
Dove parcheggiano?
Chi attraversa il quartiere?
Che cosa succede nei giorni di evento?
Che cosa succede nei giorni senza evento?
Quali strade assorbono i flussi?
Quali residenti pagano il costo della trasformazione?
Quali servizi restano al quartiere?
Quali spazi restano davvero pubblici?
Che rapporto si crea con il Villaggio Olimpico?
Che impatto hanno bar, ristoranti, funzioni commerciali e attività annuali?

Secondo RaiNews, uno degli elementi del progetto riguarda la delocalizzazione dei parcheggi nell’area di Tor di Quinto, con collegamenti tramite navette o percorsi pedonali. (RaiNews)

È un punto importante, ma non esaurisce il problema.

Perché la mobilità non è solo parcheggio.
È flusso pedonale.
È trasporto pubblico.
È sicurezza.
È attraversamento.
È pressione su strade già delicate.
È gestione del prima e dopo partita.
È convivenza tra residenti, tifosi, utenti culturali, mezzi privati, bus, navette, taxi e pedoni.

Il quartiere non può essere trattato come variabile tecnica da mitigare.

È il soggetto che più di tutti subirà o beneficerà della trasformazione.

Villaggio Olimpico: memoria pubblica o retrobottega dello stadio?

Il Villaggio Olimpico è uno dei luoghi più importanti di questa discussione.

Non è solo un quartiere vicino. È parte dello stesso racconto urbano. Lo Stadio Flaminio appartiene alla stagione delle attrezzature e delle architetture realizzate per Roma 1960, dentro un quadrante che ha costruito una parte fondamentale della modernità pubblica della Capitale. (Censimento Architetture Italiane)

Questo significa che il rapporto tra stadio e Villaggio Olimpico non è accidentale. È storico, urbanistico e simbolico.

Il rischio, oggi, è che il Villaggio Olimpico venga considerato solo come contesto da proteggere dall’impatto dello stadio. Ma dovrebbe essere considerato molto di più: parte di un sistema pubblico da ricucire.

Se il Flaminio rinasce come grande stadio professionistico ma il Villaggio Olimpico resta semplice area di assorbimento, la rigenerazione sarà incompleta.

Il punto non è soltanto evitare che i residenti subiscano traffico, rumore e pressione. Il punto è capire se il progetto produce benefici urbani anche per chi vive lì: spazi, servizi, manutenzione, accessibilità, cura del verde, sicurezza, connessioni pedonali, funzioni sportive diffuse, qualità dello spazio pubblico.

Altrimenti si crea una frattura.

Da una parte lo stadio rigenerato, redditizio, moderno, spettacolare.
Dall’altra il quartiere chiamato a sopportarne le conseguenze.

Questa non sarebbe rigenerazione.

Sarebbe estrazione di valore urbano.

Il quadrante Flaminio non può diventare monocultura calcistica

Il Flaminio non è solo lo stadio.

Il quadrante ospita una delle concentrazioni più importanti di funzioni culturali, sportive e residenziali della Roma contemporanea: Auditorium, MAXXI, Palazzetto dello Sport, Villaggio Olimpico, Ponte della Musica, asse di via Guido Reni, collegamenti verso Ponte Milvio e Parioli.

Questa pluralità è una ricchezza.

Il rischio di una nuova grande funzione calcistica non è soltanto il traffico. È la possibilità che una parte del quadrante venga riorganizzata intorno a un’unica funzione dominante: la partita, l’evento, il calendario del club, il consumo collegato allo stadio.

Uno stadio moderno può certamente convivere con cultura, residenza e sport diffuso. Ma perché ciò avvenga, la convivenza deve essere progettata. Non basta affermarla.

Il quadrante Flaminio ha già una vocazione culturale e sportiva ampia. Il nuovo Flaminio dovrebbe rafforzarla, non assorbirla.

La domanda urbana è questa: il progetto produrrà un ecosistema più ricco o una centralità più pesante?

Il calcio come funzione urbana

Il calcio non è un’attività qualsiasi.

A Roma è identità, massa, sicurezza, economia, mobilità, ordine pubblico, appartenenza, comunicazione, conflitto simbolico. Uno stadio di Serie A non produce gli stessi impatti di un impianto sportivo di quartiere, di un centro polifunzionale o di una struttura culturale.

Trasformare il Flaminio nella nuova casa della Lazio significherebbe portare dentro il Municipio II una funzione urbana fortissima.

Non basta dire che uno stadio moderno può funzionare tutto l’anno. Bisogna chiedersi che tipo di città produce.

Può generare qualità, lavoro e presidio.
Può generare manutenzione e sicurezza.
Può attrarre eventi e investimenti.
Può dare nuova vita a un bene abbandonato.

Ma può anche produrre congestione, pressione commerciale, privatizzazione di fatto dello spazio pubblico, dipendenza da una funzione dominante e nuova fragilità per i residenti.

La questione non è essere favorevoli o contrari alla Lazio al Flaminio. Sarebbe una riduzione tifosa di un problema urbano.

La questione è capire se una funzione calcistica di grande scala sia compatibile con la struttura fisica, storica e residenziale del quadrante.

E, soprattutto, a quali condizioni.

Il patrimonio pubblico non deve essere solo salvato: deve restare pubblico

La parola “pubblico” non riguarda solo la proprietà formale.

Un bene può restare formalmente pubblico e diventare di fatto accessibile solo secondo logiche private. Può essere recuperato con risorse private e perdere la propria disponibilità civica. Può apparire aperto, ma funzionare soprattutto come piattaforma di consumo. Può essere “restituito alla città” nei comunicati, ma organizzato intorno a interessi selettivi.

Per questo il dossier sul Flaminio deve insistere su una domanda: che cosa resta davvero alla città?

Restano spazi sportivi accessibili?
Restano funzioni per giovani, scuole, associazioni e quartiere?
Restano percorsi pubblici?
Restano quote di uso civico?
Restano palestre, piscina e dotazioni urbane?
Restano garanzie sulla tutela?
Restano limiti alle funzioni commerciali?
Restano obblighi di manutenzione?
Restano benefici misurabili per il Villaggio Olimpico e il Municipio II?

Senza queste risposte, il recupero del Flaminio rischia di essere raccontato come bene pubblico e funzionare come prodotto privato.

Roma non può permettersi questa ambiguità.

Le condizioni minime per dire sì alla rinascita del Flaminio

Una città seria non dovrebbe limitarsi a chiedere se il progetto si può fare.

Dovrebbe chiedere a quali condizioni conviene alla città che si faccia.

1. Tutela leggibile dell’opera di Nervi

Il Flaminio deve poter restare riconoscibile come opera di Pier Luigi e Antonio Nervi. Non basta conservare alcuni elementi. Bisogna garantire che l’identità architettonica, strutturale e spaziale dell’impianto resti leggibile, comprensibile e non subordinata al nuovo involucro.

2. Accesso pubblico reale

Il recupero deve prevedere funzioni accessibili anche fuori dagli eventi sportivi: spazi per il quartiere, attività sportive diffuse, percorsi pubblici, dotazioni civiche, uso da parte di scuole, associazioni e cittadini.

Uno stadio vivo solo nei giorni di partita non basta.

3. Piano mobilità credibile

La mobilità deve essere valutata sul quadrante, non solo sul parcheggio. Servono risposte su trasporto pubblico, flussi pedonali, navette, sicurezza, accessibilità, attraversamenti, gestione del pre e post evento, impatto su viale Tiziano, via Flaminia, corso Francia, Ponte Milvio, Parioli e Villaggio Olimpico.

4. Benefici diretti per Villaggio Olimpico e Municipio II

Il quartiere non può ricevere soltanto impatti. Deve ricevere benefici: manutenzione, verde, sicurezza, servizi, percorsi, qualità dello spazio pubblico, riduzione delle criticità esistenti, investimenti territoriali e strumenti di ascolto permanente dei residenti.

5. Limiti chiari alle funzioni commerciali

Ristorazione, hospitality, eventi e retail possono sostenere economicamente il progetto, ma non devono trasformare il Flaminio in un centro commerciale travestito da stadio storico. Le funzioni commerciali devono essere compatibili con la tutela, la residenza e l’interesse pubblico.

6. Controllo pubblico sugli obblighi del gestore

La rigenerazione non finisce con l’inaugurazione. Servono obblighi misurabili, verifiche periodiche, sanzioni in caso di inadempienza, trasparenza sugli impegni presi e capacità dell’amministrazione di controllare nel tempo.

Senza controllo pubblico, anche il miglior progetto può trasformarsi in promessa non mantenuta.

Le cinque decisioni che Roma deve prendere

Il Flaminio non chiede soltanto un progetto. Chiede decisioni.

Prima decisione: che cos’è il Flaminio?

Monumento moderno, stadio professionistico o infrastruttura pubblica?

La risposta corretta è: tutte e tre le cose. Ma l’ordine delle priorità cambia il progetto.

Se prevale solo il monumento, il rischio è l’immobilismo.
Se prevale solo lo stadio, il rischio è la trasformazione funzionale al calcio.
Se prevale l’infrastruttura pubblica, il progetto dovrà tenere insieme tutela, sport, quartiere, accessibilità e uso civico.

Seconda decisione: che cosa significa interesse pubblico?

La fine dell’abbandono è necessaria, ma non sufficiente.

Un progetto non diventa automaticamente pubblico perché recupera un bene degradato. Diventa pubblico se produce benefici verificabili: accesso, servizi, tutela, mobilità sostenibile, qualità urbana, funzioni per il quartiere, garanzie economiche e controllo democratico.

Terza decisione: quale ruolo deve avere il quartiere?

Il Villaggio Olimpico, il Flaminio, Parioli e Ponte Milvio non possono essere trattati come contesto passivo.

Devono entrare nel progetto come destinatari di benefici, non solo come soggetti da compensare.

Quarta decisione: quale equilibrio tra calcio e città?

Il calcio può essere una funzione urbana potente e positiva, ma non può diventare monocultura. Il Flaminio deve rafforzare il quadrante culturale, sportivo e pubblico esistente, non sostituirlo con una sola centralità dominante.

Quinta decisione: chi controlla dopo?

Roma deve evitare il rischio più frequente delle grandi operazioni urbane: annunci forti, inaugurazioni solenni, obblighi deboli, controllo intermittente.

Il vero interesse pubblico si misura nel tempo.

La rigenerazione non può essere un atto di fede

Il linguaggio della rigenerazione è diventato una formula magica.

Ogni intervento promette rinascita.
Ogni investimento promette sostenibilità.
Ogni grande operazione promette benefici per la città.
Ogni progetto privato su bene pubblico promette restituzione.

Ma Roma non può più accontentarsi delle parole.

Il Flaminio ha già consumato troppi anni in annunci, studi, promesse e abbandono. Questa volta la città deve pretendere chiarezza.

Qual è il beneficio pubblico netto?
Quale sarà l’accessibilità reale?
Quali funzioni resteranno al quartiere?
Quanto sarà leggibile l’opera originaria?
Chi pagherà la manutenzione?
Chi controllerà gli obblighi?
Che cosa accadrà nei giorni senza eventi?
Che cosa accadrà nei giorni di partita?
Che cosa succederà al Villaggio Olimpico?
Che cosa diventerà il quadrante tra Flaminio, Parioli e Ponte Milvio?

Una grande città non deve essere contro gli investimenti.

Deve saperli guidare.

La posta in gioco

Lo Stadio Flaminio è molto più di uno stadio abbandonato.

È un test sulla capacità di Roma di governare il proprio patrimonio moderno. È un test sulla differenza tra recupero e trasformazione. È un test sulla possibilità di conciliare tutela e uso. È un test sul rapporto tra pubblico e privato. È un test sulla capacità del Municipio II di assorbire una grande funzione senza esserne travolto.

Il Flaminio può diventare una straordinaria occasione.

Può restituire vita a un bene degradato.
Può riattivare un quadrante importante.
Può riportare sport, servizi, lavoro e presidio.
Può trasformare un simbolo dell’abbandono in un simbolo di rinascita.
Può dimostrare che Roma sa collaborare con un investitore privato senza rinunciare alla propria regia pubblica.

Ma può anche diventare un errore irreversibile.

Può alterare un’opera architettonica tutelata.
Può produrre traffico e pressione su un quartiere già delicato.
Può privatizzare di fatto un bene pubblico.
Può ridurre la rigenerazione a operazione commerciale.
Può usare l’abbandono come argomento per accettare qualunque soluzione.

La domanda non è se Roma debba scegliere tra il Flaminio morto e il Flaminio della Lazio.

La domanda è se Roma sia capace di costruire un terzo scenario: un Flaminio vivo, tutelato, accessibile, governato e ancora pubblico.

Perché il problema non è che il Flaminio possa cambiare.

Il problema è che Roma, ancora una volta, rischia di arrivare al cambiamento dopo anni di abbandono, con una posizione troppo debole per decidere davvero.

Una città che lascia degradare il proprio patrimonio finisce sempre per negoziare male la sua rinascita.

E il Municipio II oggi pone a Roma una domanda più grande dello stadio:

si può rigenerare un bene pubblico senza trasformarlo in una rendita privata?

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