Il primo dossier chiedeva se il Municipio III fosse una città larga o una somma di quartieri separati.
Il secondo chiedeva chi avesse incassato mentre Talenti aspettava la città pubblica.
Il terzo chiedeva chi avesse trasformato il verde in spazio residuale.
Il quarto chiedeva se l’ex TMB Salario sarebbe stato restituito ai cittadini o sarebbe rimasto il simbolo di un territorio sacrificabile.
Il quinto chiedeva se Tufello, Val Melaina e Vigne Nuove fossero quartieri da curare o patrimoni sociali lasciati invecchiare.
Il sesto pone una domanda diversa:
quando manca una centralità civica, il centro commerciale diventa la piazza?
Porta di Roma è uno dei più grandi attrattori del quadrante nord-est. Il portale turistico ufficiale di Roma Capitale descrive la Galleria Commerciale Porta di Roma come una struttura da 150.000 metri quadrati con 250 negozi.
È un dato enorme.
Non parla solo di commercio.
Parla di scala urbana.
Porta di Roma non è semplicemente un luogo dove si compra. È un luogo dove si parcheggia, si cammina, si mangia, si guarda un film, si incontra qualcuno, si passa tempo, si cerca fresco d’estate, si cerca riparo d’inverno, si trova ordine, sicurezza, servizi, luce, percorsi, accessibilità automobilistica.
In un municipio largo e frammentato, questo conta.
La domanda del dossier è questa:
Porta di Roma ha dato un centro al quadrante o ha trasformato la centralità in parcheggio, consumo e rendita?
Il centro commerciale come risposta a un vuoto urbano
Un centro commerciale funziona perché offre ciò che spesso la città non garantisce.
Parcheggi.
Sicurezza.
Pulizia.
Climatizzazione.
Percorsi coperti.
Orari lunghi.
Servizi concentrati.
Negozi riconoscibili.
Spazi controllati.
Esperienza prevedibile.
In una città frammentata, tutto questo diventa potente.
Se il quartiere non ha una piazza forte, il centro commerciale può sostituirla.
Se il trasporto pubblico è debole, il parcheggio diventa infrastruttura.
Se lo spazio pubblico è insicuro o mal mantenuto, lo spazio privato controllato diventa rifugio.
Se i servizi sono dispersi, la grande distribuzione li concentra.
Se il verde non è sempre fruibile, la galleria climatizzata diventa passeggiata.
Se mancano luoghi per adolescenti e famiglie, il mall diventa destinazione.
Ma la domanda è inevitabile:
un luogo privato, costruito per vendere, può sostituire uno spazio pubblico costruito per vivere?
La risposta è no.
Può supplire.
Può attrarre.
Può organizzare flussi.
Può offrire comfort.
Può diventare abitudine.
Ma non può sostituire la città.
Perché in un centro commerciale non sei prima cittadino.
Sei cliente.
Porta di Roma nasce come centralità, non solo come negozio
Porta di Roma non è nata come semplice galleria.
Il progetto urbanistico Bufalotta-Porta di Roma viene descritto dai progettisti come un nuovo quartiere presso il GRA nord-est, con residenze, terziario, spazi commerciali e parco urbano; la scheda richiama anche 10.000 abitanti previsti e una galleria commerciale con 250 negozi. (architettivalle.net)
Questo passaggio è fondamentale.
Porta di Roma non è solo commercio dentro un quartiere.
È un pezzo di città costruito attorno a una grande centralità commerciale.
Qui il confine tra urbanistica e consumo diventa sottile.
Residenze.
Uffici.
Terziario.
Parco.
Viabilità.
Parcheggi.
Grande distribuzione.
Mall.
Multisala.
Torri.
Nuove strade.
Nuovi flussi.
Tutto insieme.
La domanda non è se Porta di Roma abbia avuto successo commerciale.
La domanda è se abbia prodotto città.
Una centralità urbana dovrebbe generare spazio pubblico, relazioni non commerciali, servizi civici, mobilità sostenibile, connessioni con i quartieri, luoghi per giovani, anziani, famiglie, cultura, sport, prossimità.
Una centralità commerciale genera soprattutto consumo.
Il punto politico è qui:
Porta di Roma è stata progettata come città o come macchina di attrazione commerciale con residenza intorno?
Quando la piazza manca, il consumo prende il suo posto
Nel primo dossier sul Municipio III è emersa una frase chiave:
quando la piazza manca, il consumo prende il suo posto.
Porta di Roma è il caso perfetto.
Per molti residenti del quadrante, il centro commerciale è più riconoscibile di molti spazi civici. È più facile da raggiungere di alcuni servizi pubblici. È più ordinato di molte piazze. È più prevedibile di molti parchi. È più illuminato di molti percorsi pedonali. È più accessibile in automobile di molte centralità pubbliche.
Questo non accade perché i cittadini “preferiscono il consumo” in astratto.
Accade perché lo spazio privato organizzato spesso funziona meglio dello spazio pubblico frammentato.
La domanda è scomoda:
se il centro commerciale diventa il luogo più efficiente del quartiere, chi ha fallito?
Il cittadino?
Il commercio di prossimità?
La pianificazione?
Il trasporto pubblico?
La manutenzione?
La politica urbana?
Il sistema dei servizi?
Porta di Roma non è solo un successo della grande distribuzione.
È anche il sintomo di una domanda pubblica non pienamente soddisfatta.
Il nodo della viabilità: la città del consumo è una città automobilistica
Porta di Roma è una centralità fortemente automobilistica.
Questo non è un giudizio morale. È un dato urbano.
Un centro commerciale di quella scala vive di accessibilità, parcheggi, flussi, auto, carichi, consegne, rotatorie, connessioni con assi stradali, prossimità al GRA.
Il problema è che questa forma di centralità produce un costo.
Traffico.
Congestione nei picchi.
Dipendenza dall’auto.
Distanza pedonale dai quartieri.
Debolezza della mobilità dolce.
Difficoltà per chi non guida.
Pressione sulla viabilità locale.
Separazione tra residenza e spazio di consumo.
Roma Capitale ha comunicato nel gennaio 2024 l’avvio di lavori di manutenzione straordinaria e ripristino della viabilità nel quadrante Bufalotta-Porta di Roma, ricordando che la viabilità era stata collaudata nel 2014 ma non ancora consegnata al Comune, con infrastrutture solo in parte già consegnate. (Comune di Roma)
Nel 2024 il Municipio III ha poi preso in carico le prime strade del quartiere Porta di Roma, potendo garantire la manutenzione futura. (Comune di Roma)
Questo dato è decisivo.
Anche qui torna la stessa ferita già vista a Parco Talenti: la città privata corre, la città pubblica rincorre.
Il centro commerciale funziona.
I flussi arrivano.
Le case si abitano.
Le auto circolano.
Ma la presa in carico pubblica della viabilità arriva molto dopo.
La domanda è:
quante volte il Municipio III ha abitato e consumato pezzi di città prima che fossero davvero pubblici?
La convenzione Bufalotta-Porta di Roma: il tempo lungo della città pubblica
Il caso Bufalotta-Porta di Roma rientra in una logica già emersa nel dossier su Parco Talenti: convenzioni urbanistiche, opere a scomputo, attuatori privati, infrastrutture, consegne, manutenzioni, tempi lunghi.
Roma Capitale ha spiegato che il nuovo soggetto attuatore aveva avviato lavori di manutenzione straordinaria e ripristino della viabilità stradale, collaudata nel 2014 ma non ancora consegnata al Comune, all’interno della più ampia vicenda urbanistica del quadrante. (Comune di Roma)
Fonti locali hanno ricostruito la convenzione originaria e le successive integrative, parlando di urbanizzazione a scomputo degli oneri concessori e di volumetrie complessive superiori a 2 milioni di metri cubi, con quote ancora da edificare. (La Cronaca di Roma)
Il punto non è tecnico.
È politico.
Quando una parte di città viene costruita attraverso grandi accordi urbanistici, la domanda non può essere solo quante case, quanti negozi, quante strade, quanti parcheggi.
La domanda deve essere:
chi controlla che la città pubblica arrivi insieme alla città privata?
Perché se arriva dopo, il quartiere intanto si abitua all’incompletezza.
E se il centro commerciale funziona prima della città pubblica, diventa lui il centro reale.
No.Mo. District: nuova centralità o ulteriore completamento privato?
Nel quadrante Bufalotta-Porta di Roma è oggi presente anche il progetto No.Mo. District, presentato come progetto di rigenerazione urbana finalizzato a valorizzare l’area e completare lo sviluppo del quartiere Bufalotta-Porta di Roma. (No.Mo District)
La pagina del progetto indica l’obiettivo di creare una nuova centralità urbana sostenibile, con luoghi di incontro e benefici per i quartieri vicini e per il quadrante nord della città; tra le opere pubbliche più significative viene citata la riqualificazione del Parco delle Sabine, con attrezzature sportive, percorsi ciclopedonali, aree per la socializzazione e nuovi spazi alberati. (No.Mo District)
È una prospettiva importante.
Ma anche qui bisogna porre la domanda da dossier:
questa nuova centralità sarà davvero urbana o sarà un altro completamento privato che promette spazio pubblico?
La differenza è decisiva.
Una centralità urbana deve essere accessibile anche a chi non consuma.
Deve collegare quartieri, non solo attrarre utenti.
Deve generare spazio pubblico, non solo valore immobiliare.
Deve offrire servizi, non solo esperienza.
Deve rafforzare il parco, non usarlo come compensazione estetica.
Deve durare dopo l’inaugurazione.
Deve essere misurabile.
La parola “centralità” non basta.
Il Municipio III ha bisogno di centralità vere.
Non di centralità dichiarate.
Parco delle Sabine: verde pubblico o compensazione della grande urbanizzazione?
Il Parco delle Sabine è un nodo fondamentale.
Perché in un quadrante segnato da grande consumo, nuove residenze, strade, parcheggi e poli commerciali, il parco può svolgere una funzione diversa.
Può essere spazio gratuito.
Può essere sport.
Può essere socialità non commerciale.
Può essere connessione tra quartieri.
Può essere ombra.
Può essere salute.
Può essere alternativa al centro commerciale.
Può essere centralità civica.
No.Mo. District indica la riqualificazione del Parco delle Sabine come una delle opere pubbliche più significative, con attrezzature sportive, percorsi ciclopedonali, aree per la socializzazione e nuovi spazi alberati. (No.Mo District)
È una promessa forte.
Ma proprio per questo va verificata.
Un parco non è compensazione ornamentale.
Un parco non è verde di contorno.
Un parco non è spazio residuo tra volumi costruiti.
Un parco non è immagine per rendere più accettabile una trasformazione.
Un parco è città.
La domanda è:
il Parco delle Sabine diventerà la vera piazza verde del quadrante o resterà il giardino di accompagnamento della centralità commerciale e immobiliare?
Residenti: vivere accanto al consumo grande
Vivere accanto a una grande centralità commerciale produce vantaggi e costi.
I vantaggi sono evidenti.
Servizi vicini.
Negozi.
Cinema.
Ristorazione.
Occasioni di lavoro.
Illuminazione.
Sicurezza percepita.
Parcheggi.
Accesso a grandi marche.
Luogo di ritrovo.
Ma ci sono anche costi.
Traffico.
Flussi esterni.
Consumo di suolo.
Dipendenza dall’auto.
Svalutazione dello spazio pubblico tradizionale.
Commercio di prossimità più debole.
Centralità civiche meno forti.
Rischio di quartiere dormitorio attorno a un polo commerciale.
Identità urbana costruita più dal marchio che dalla comunità.
Il residente non è contro il centro commerciale.
Il residente usa il centro commerciale.
Ma usarlo non significa accettare che sostituisca la città.
La domanda è:
chi vive a Porta di Roma abita una città o vive accanto a una macchina commerciale molto efficiente?
Commercio di prossimità: il confronto impossibile
Un piccolo negozio non compete con Porta di Roma sullo stesso piano.
Non ha gli stessi parcheggi.
Non ha la stessa climatizzazione.
Non ha gli stessi orari.
Non ha lo stesso marketing.
Non ha la stessa capacità di attrarre flussi.
Non ha la stessa sicurezza privata.
Non ha lo stesso mix merceologico.
Non ha lo stesso potere contrattuale.
Eppure il commercio di prossimità svolge una funzione urbana che il mall non sostituisce.
Riconosce i residenti.
Presidia la strada.
Costruisce relazione.
Serve anziani.
Serve chi non guida.
Tiene accese le vie interne.
Rende il quartiere abitabile anche quando non si va al centro commerciale.
Il rischio del consumo grande è che la città ordinaria venga svuotata lentamente.
Non perché spariscano tutti i negozi.
Ma perché cambia la gerarchia.
Il grande centro diventa destinazione.
Il quartiere diventa residenza.
La strada diventa transito.
Il parcheggio diventa soglia.
Il consumo diventa socialità.
La domanda è:
il Municipio III sta proteggendo il commercio di prossimità o lo lascia competere con un modello che non può battere?
Giovani e adolescenti: luogo di ritrovo o surrogato di spazio pubblico?
Per gli adolescenti, un centro commerciale può essere molto attraente.
È accessibile.
È illuminato.
È sorvegliato.
È pieno di stimoli.
È caldo d’inverno e fresco d’estate.
È un luogo dove stare senza dover necessariamente organizzare qualcosa.
È meno controllato dalla famiglia rispetto alla casa, ma più controllato della strada.
Per molti giovani delle periferie residenziali, il mall diventa uno spazio sociale.
Ma questo dovrebbe far riflettere.
Se l’adolescente trova il proprio luogo pubblico dentro un centro commerciale, forse mancano altri luoghi.
Biblioteche.
Sale studio.
Spazi musicali.
Centri sportivi.
Piazze vere.
Parchi curati.
Laboratori.
Centri civici.
Luoghi dove stare senza essere clienti.
Il centro commerciale può ospitare giovani.
Ma non può essere la politica giovanile del quadrante.
La domanda è:
Porta di Roma è diventata luogo dei ragazzi perché funziona troppo bene o perché la città pubblica offre troppo poco?
Anziani e famiglie: comfort privato o prossimità pubblica?
Per famiglie e anziani, Porta di Roma offre comfort.
Si parcheggia.
Si cammina al coperto.
Si trovano molti servizi.
Si fanno acquisti in un solo luogo.
Ci sono bagni, ascensori, scale mobili, sicurezza, ristorazione, intrattenimento.
Ma anche qui il nodo è politico.
Il comfort privato non deve sostituire la prossimità pubblica.
Un anziano non dovrebbe dipendere dall’automobile per accedere a servizi ordinari.
Una famiglia non dovrebbe trovare l’unico luogo sicuro e ordinato dentro un centro commerciale.
Un bambino non dovrebbe avere più familiarità con una galleria che con una piazza.
Un quartiere non dovrebbe delegare il proprio tempo libero al consumo.
La domanda è:
la qualità urbana del quadrante si misura nella galleria commerciale o nella vita quotidiana fuori dalla galleria?
Lavoro: il volto meno raccontato del consumo
Porta di Roma è anche lavoro.
Commessi.
Addetti alla ristorazione.
Sicurezza.
Pulizie.
Logistica.
Magazzini.
Cinema.
Manutenzione.
Servizi.
Promozioni.
Consegne.
Personale stagionale.
Ogni grande centro commerciale è anche una grande macchina del lavoro.
Ma il lavoro del consumo ha spesso una visibilità minore rispetto alle vetrine.
Orari lunghi.
Turni.
Weekend.
Festivi.
Contratti differenziati.
Pressione dei picchi.
Pendolarismo.
Tempi di raggiungimento.
Costo degli spostamenti.
Carichi emotivi del contatto con il pubblico.
Un dossier su Porta di Roma non può parlare solo di clienti.
Deve parlare anche di lavoratori.
La domanda è:
la centralità commerciale produce occupazione stabile e qualità urbana o solo lavoro funzionale al consumo continuo?
Sicurezza privata e spazio controllato
Un centro commerciale è uno spazio controllato.
Regole.
Telecamere.
Vigilanza.
Pulizia.
Gestione privata.
Orari.
Accessi.
Manutenzione rapida.
Decoro interno.
Rimozione del conflitto visibile.
Questa è una delle ragioni del suo successo.
La città pubblica invece è più complessa.
È aperta.
È conflittuale.
È imperfetta.
È attraversata da fragilità.
È meno prevedibile.
È più difficile da mantenere.
È di tutti, anche di chi non consuma.
Il rischio è che i cittadini si abituino a considerare “normale” solo lo spazio controllato.
E a percepire lo spazio pubblico come sporco, incerto, insicuro, faticoso.
Ma una democrazia urbana non può vivere solo di spazi controllati.
La domanda è:
il Municipio III sta costruendo fiducia nello spazio pubblico o sta lasciando che la sicurezza privata diventi il nuovo standard urbano?
Porta di Roma e la città larga: centralità o enclave?
Nel Municipio III la parola chiave è cucitura.
Il problema non è che Porta di Roma esista.
Il problema è se collega o separa.
Collega Talenti, Bufalotta, Casal Boccone, Cinquina, Nuovo Salario e Fidene?
Oppure attira flussi senza costruire relazioni?
Produce servizi per i quartieri vicini?
Oppure assorbe domanda commerciale e tempo libero?
Rafforza il Parco delle Sabine?
Oppure lo usa come contorno?
Migliora la mobilità interna?
Oppure aumenta dipendenza dall’auto?
Crea spazio pubblico?
Oppure spazio privato accessibile al pubblico?
Produce identità?
Oppure produce solo destinazione?
La differenza tra centralità ed enclave è questa:
una centralità restituisce qualcosa al territorio.
Un’enclave funziona anche se il territorio intorno resta debole.
La domanda è:
Porta di Roma è parte della città larga o una macchina autosufficiente dentro la città larga?
Campidoglio e Municipio: chi trasforma il consumo in città?
La grande domanda pubblica è questa: che cosa fanno Campidoglio e Municipio con una centralità di questa scala?
Non basta autorizzare.
Non basta prendere in carico strade.
Non basta gestire traffico.
Non basta considerare il centro commerciale un fatto privato.
Non basta aspettare che i progetti di rigenerazione completino ciò che manca.
Una centralità così grande deve essere governata.
Con trasporto pubblico.
Con connessioni pedonali e ciclabili.
Con parchi accessibili.
Con servizi civici.
Con commercio di prossimità.
Con spazi giovani.
Con manutenzione stradale.
Con dati sui flussi.
Con controllo degli impatti.
Con patti chiari tra privati e pubblico.
Con restituzioni concrete ai quartieri.
La domanda politica è:
chi obbliga Porta di Roma a essere davvero parte della città e non solo attrattore commerciale?
Le opposizioni: non basta dire “troppo cemento”
Sul quadrante Porta di Roma le opposizioni possono usare una formula semplice: troppo cemento.
È una critica comprensibile, ma insufficiente.
Il dossier pone domande più precise.
Le opposizioni sono favorevoli a verificare tutte le opere pubbliche previste e consegnate nel quadrante Bufalotta-Porta di Roma?
Sono favorevoli a pubblicare lo stato delle convenzioni urbanistiche ancora aperte?
Sono favorevoli a misurare l’impatto del centro commerciale sul traffico?
Sono favorevoli a rafforzare il trasporto pubblico verso Porta di Roma senza aumentare dipendenza dall’auto?
Sono favorevoli a proteggere il commercio di prossimità dei quartieri vicini?
Sono favorevoli a trasformare Parco delle Sabine in centralità verde reale?
Sono favorevoli a chiedere spazi civici e non solo consumo?
Sono favorevoli a valutare No.Mo. District non per le promesse, ma per le opere pubbliche effettivamente prodotte?
“Troppo cemento” è uno slogan.
“Quale centralità pubblica vogliamo costruire attorno a Porta di Roma?” è una politica.
Il punto cieco: i dati che servono
Porta di Roma non può essere raccontata solo con impressioni.
Servono dati.
Quanti visitatori ha ogni anno il centro commerciale?
Quanti arrivano in auto e quanti con mezzi pubblici?
Quali sono i picchi di traffico?
Quanto impatta sul sistema Bufalotta-Casal Boccone-GRA?
Quante strade sono state consegnate al pubblico e quante no?
Quali opere pubbliche erano previste dalle convenzioni?
Quali sono state realizzate?
Quali sono ancora mancanti?
Qual è lo stato del Parco delle Sabine?
Quali servizi civici esistono attorno a Porta di Roma?
Quali spazi per giovani e anziani sono presenti?
Quanto commercio di prossimità è stato indebolito o trasformato?
Quanti posti di lavoro produce il polo e con quale qualità contrattuale?
Quali residenti usano Porta di Roma come centro sociale di fatto?
Quale quota di tempo libero del quadrante viene assorbita dal consumo?
Senza questi dati, Porta di Roma resta “il grande centro commerciale”.
Con questi dati, diventa caso urbano.
La domanda finale
Porta di Roma è una risorsa?
Sì.
Ha portato servizi.
Ha portato lavoro.
Ha portato commercio.
Ha portato una destinazione riconoscibile.
Ha dato al quadrante una centralità forte.
Ha creato un luogo che molti cittadini usano davvero.
Ma una risorsa può anche produrre dipendenza.
Se diventa l’unica piazza.
Se sostituisce i servizi civici.
Se assorbe il tempo libero.
Se indebolisce il commercio di prossimità.
Se aumenta la dipendenza dall’auto.
Se rende lo spazio privato più efficiente dello spazio pubblico.
Se produce valore immobiliare senza sufficiente restituzione urbana.
Se il parco resta contorno e non centralità.
Se il cittadino viene trattato prima come cliente.
Il Municipio III ha già conosciuto la città larga, la città incompiuta, la città verde sotto pressione, la città dei rifiuti rimossi e la città popolare.
Con Porta di Roma conosce la città del consumo grande.
La domanda finale è questa:
Porta di Roma diventerà una vera centralità urbana del Municipio III o resterà il luogo in cui la città pubblica ammette di non aver saputo costruire abbastanza piazze, servizi e spazi comuni?
Box documentale — I dati e gli atti chiave
|
Indicatore |
Dato |
|
Luogo centrale |
Porta di Roma / Bufalotta |
|
Superficie Galleria Commerciale Porta di Roma |
150.000 mq |
|
Negozi indicati da Turismo Roma |
250 |
|
Progetto urbanistico originario |
nuovo quartiere presso il GRA nord-est |
|
Abitanti previsti dal progetto Bufalotta |
10.000 |
|
Funzioni previste |
residenze, terziario, spazi commerciali, parco urbano |
|
Nodo viabilità |
strade collaudate nel 2014 ma non ancora consegnate al Comune prima dei lavori di ripristino |
|
Presa in carico prime strade Porta di Roma |
comunicata dal Municipio III nel 2024 |
|
Progetto attuale di completamento |
No.Mo. District |
|
Obiettivo dichiarato No.Mo. District |
nuova centralità urbana sostenibile |
|
Opera pubblica significativa indicata |
riqualificazione Parco delle Sabine |
|
Nodo politico del dossier |
centralità urbana o centralità commerciale |
Box politico — Le posizioni in campo
Campidoglio
Deve trattare Porta di Roma non solo come polo commerciale, ma come nodo urbano: viabilità, trasporto pubblico, opere pubbliche, verde, servizi, convenzioni e restituzioni al territorio.
Municipio III
È il livello che vive gli effetti concreti: traffico, strade prese in carico, manutenzione, collegamenti, rapporto con i quartieri vicini, Parco delle Sabine, residenti e commercio di prossimità.
Operatori privati e proprietà immobiliari
Sono decisivi nella costruzione della centralità: il valore commerciale e immobiliare deve essere misurato anche in termini di opere pubbliche, servizi e qualità urbana restituita.
Residenti
Usano Porta di Roma, ma non possono dipendere solo da Porta di Roma. Chiedono servizi, piazze, verde, trasporto, commercio di prossimità e luoghi non commerciali.
Commercianti di prossimità
Subiscono il confronto con un modello molto più forte per parcheggi, orari, offerta, marketing e flussi. La loro funzione urbana va tutelata perché mantiene viva la strada.
Giovani e famiglie
Trovano nel centro commerciale un luogo comodo e sicuro, ma hanno bisogno di alternative pubbliche: sport, cultura, biblioteche, parchi, centri civici, spazi gratuiti.
Opposizioni
Il terreno politico non è dire genericamente “troppo cemento”, ma chiedere dati, stato delle convenzioni, opere pubbliche, trasporto, impatti sul traffico, Parco delle Sabine e centralità civiche reali.
Box territoriale — Le aree critiche
|
Area |
Nodo urbano |
|
Porta di Roma |
centralità commerciale, consumo, lavoro, traffico, identità del quadrante |
|
Bufalotta |
grande trasformazione urbana, viabilità, residenza, collegamenti |
|
Casal Boccone |
rapporto tra nuove residenze, strade e accessibilità |
|
Parco delle Sabine |
possibile centralità verde alternativa al consumo |
|
No.Mo. District |
completamento e nuova centralità dichiarata |
|
GRA nord-est |
accessibilità automobilistica e pressione infrastrutturale |
|
Talenti |
confronto tra centralità residenziale e grande consumo |
|
Fidene / Settebagni |
territori che rischiano di restare periferici rispetto alla centralità commerciale |
|
Conca d’Oro / Jonio |
nodi di mobilità pubblica da collegare meglio al quadrante |
|
Municipio III |
città larga che deve decidere se il suo centro sarà pubblico o commerciale |
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