Questo dossier pone una domanda chiara:
Tufello, Val Melaina e Vigne Nuove sono quartieri popolari da curare o patrimoni sociali che Roma lascia invecchiare finché diventano emergenza?
Perché la città popolare non è un residuo del passato.
Non è degrado.
Non è folklore.
Non è solo edilizia pubblica.
Non è solo fragilità.
Non è solo cronaca.
Non è solo murales, canzoni, targhe, mercato, memoria antifascista e case Ater.
È una forma di città.
Una città fatta di prossimità, relazioni, cortili, scuole, mercati, lotti, palazzine, spazi comuni, manutenzioni attese, anziani, famiglie, giovani, resistenza quotidiana, identità e bisogno di riconoscimento.
La domanda del dossier è questa:
Roma cura ancora la propria città popolare o la celebra solo quando diventa narrazione?
Il Tufello non è un’etichetta: è una storia urbana
Il Tufello viene spesso raccontato attraverso immagini forti: quartiere popolare, identità ribelle, memoria antifascista, Valerio Verbano, murales, mercato, case, strade, storie di resistenza.
Ma un dossier deve fare attenzione.
Raccontare il Tufello solo come mito popolare sarebbe riduttivo.
Raccontarlo solo come periferia sarebbe falso.
Raccontarlo solo come problema sarebbe ingiusto.
Raccontarlo solo come identità sarebbe insufficiente.
Il Tufello è più complesso.
È un quartiere nato dentro una storia urbana, sociale e politica precisa. È una parte della Roma pubblica, operaia, popolare, resistente. Ma è anche un luogo contemporaneo, abitato oggi da persone che non vivono di memoria: vivono di riscaldamenti, ascensori, scuole, autobus, mercati, sport, sicurezza, servizi sociali, case manutenute, spazi comuni.
La memoria non paga una bolletta.
La memoria non ripara un’infiltrazione.
La memoria non accende un termosifone.
La memoria non mette in sicurezza un cornicione.
La memoria non apre uno spazio giovani.
La memoria non sostituisce una politica pubblica.
Il Tufello non chiede di essere mitizzato.
Chiede di essere trattato come città.
Val Melaina e Vigne Nuove: la città popolare oltre il simbolo
Il rischio del racconto pubblico è concentrare tutto sul nome più forte: Tufello.
Ma il quadrante popolare del Municipio III è più ampio.
Val Melaina non è una nota a margine.
Vigne Nuove non è un’espansione senza identità.
I grandi complessi residenziali non sono solo patrimonio edilizio.
Le scuole, i mercati, gli spazi sportivi e le piazze non sono dettagli.
Tufello, Val Melaina e Vigne Nuove formano un sistema urbano.
Non identico, non uniforme, non privo di differenze. Ma con una domanda comune: la città pubblica è ancora capace di prendersi cura dei luoghi che ha costruito?
Questa è la questione centrale.
Perché una città può progettare quartieri popolari, costruire alloggi pubblici, intitolare mercati, ricordare lotte civili, celebrare figure simboliche, organizzare eventi e annunciare rigenerazioni.
Ma poi deve fare la cosa più difficile: mantenere.
La città popolare non ha bisogno di essere visitata come un museo sociale.
Ha bisogno di essere governata come città viva.
La città popolare non è degrado. Ma non deve essere lasciata sola
Ogni volta che si parla di quartieri popolari, il linguaggio pubblico rischia di cadere in due errori opposti.
Il primo è la retorica del degrado.
Tutto diventa problema: case, piazze, giovani, muri, mercato, sicurezza, manutenzione, occupazioni, rumore, fragilità.
Il secondo è la retorica romantica.
Tutto diventa identità: popolo, resistenza, quartiere vero, autenticità, murales, memoria, comunità.
Entrambe sono insufficienti.
Il degrado cancella la dignità.
La nostalgia cancella i problemi.
Il folklore cancella la manutenzione.
La cronaca cancella la complessità.
La celebrazione cancella le responsabilità.
La città popolare è una città normale che chiede cose normali.
Case sane.
Scale illuminate.
Riscaldamenti funzionanti.
Marciapiedi percorribili.
Mercati vivi.
Scuole curate.
Parchi sicuri.
Sport accessibile.
Trasporti efficienti.
Spazi comuni manutenuti.
Risposte rapide.
Presenza pubblica.
La domanda è:
perché ciò che nei quartieri più forti si chiama qualità urbana, nei quartieri popolari diventa spesso emergenza?
Casa pubblica: non assistenza, ma infrastruttura sociale
La città popolare si misura prima di tutto dalla casa.
Non dalla retorica.
Casa significa pareti, impianti, ascensori, scale, balconi, infiltrazioni, riscaldamenti, manutenzione, sicurezza, cortili, spazi comuni, rapporti con Ater, tempi di risposta, pratiche, morosità, regolarizzazioni, disagio abitativo.
La casa pubblica non è assistenza.
È infrastruttura sociale.
Se funziona, protegge.
Se non funziona, espone.
Se è manutenuta, dà dignità.
Se è abbandonata, produce vulnerabilità.
Se è sana, costruisce cittadinanza.
Se è insalubre, trasforma il diritto all’abitare in fatica quotidiana.
Quando in una casa popolare il riscaldamento non parte, non fallisce solo un impianto.
Fallisce lo Stato nel quotidiano.
Quando un’infiltrazione resta per mesi, non si deteriora solo un soffitto.
Si deteriora la fiducia.
Quando una scala resta buia, non manca solo una lampadina.
Manca presidio.
Quando un ascensore non funziona, non si blocca solo un servizio.
Si blocca l’autonomia di anziani, disabili, famiglie, persone fragili.
La domanda è:
chi risponde quando la casa pubblica smette di essere protezione e diventa una prova di resistenza?
Ater, manutenzione e dignità dell’abitare
Il tema Ater è decisivo.
Ater non è solo un proprietario pubblico.
È uno dei soggetti che determina la qualità materiale della vita di migliaia di persone.
Nel Tufello, a Val Melaina e a Vigne Nuove, la manutenzione non è un capitolo tecnico. È il confine tra cittadinanza e abbandono.
Una facciata restaurata è dignità.
Una copertura sistemata è sicurezza.
Un cornicione messo in sicurezza è prevenzione.
Un impianto fognario bonificato è salute.
Una luce esterna è spazio comune più sicuro.
Un riscaldamento funzionante è tutela sociale.
Un cortile curato è comunità.
Una scala pulita è rispetto.
Ma la domanda è: quanti edifici aspettano?
La manutenzione della città popolare non può procedere solo per emergenze, lotti, prime fasi e annunci.
Deve diventare programmazione.
Non basta intervenire quando il degrado diventa notizia.
Non basta rispondere quando il comitato protesta.
Non basta riparare quando il guasto è ormai insopportabile.
Non basta fare un lotto e lasciare il resto in attesa.
La casa pubblica ha bisogno di manutenzione ordinaria, non solo di salvataggi straordinari.
La domanda è:
quale piano pubblico garantisce che le case popolari non vengano curate solo quando il problema diventa visibile?
Chi guadagna dall’abbandono?
L’abbandono non è neutro.
Quando la manutenzione non viene fatta, qualcuno risparmia e qualcun altro paga.
Risparmia chi rinvia.
Risparmia chi non programma.
Risparmia chi considera il patrimonio pubblico un costo e non una responsabilità.
Risparmia chi interviene solo quando il problema esplode.
Risparmia chi scarica il tempo dell’attesa sugli inquilini.
Risparmia chi trasforma la pazienza degli abitanti in ammortizzatore amministrativo.
Pagano i residenti.
Pagano con il freddo.
Pagano con la muffa.
Pagano con le scale buie.
Pagano con i cortili degradati.
Pagano con l’isolamento.
Pagano con la paura.
Pagano con la perdita di fiducia.
Pagano con la fatica di segnalare, chiamare, aspettare, richiamare, protestare.
La città popolare paga prima nei corpi e poi nei bilanci.
Prima arriva il disagio.
Poi la spesa pubblica.
Prima la rinuncia.
Poi l’emergenza.
Prima la vita che si complica.
Poi il cantiere che costa di più.
La domanda è:
quanto costa davvero a Roma lasciare invecchiare il proprio patrimonio popolare?
Il mercato Gigi Proietti: commercio, presidio, comunità
Il mercato è uno degli indicatori più importanti della città popolare.
Non perché venda soltanto prodotti.
Ma perché produce relazione.
Il mercato rionale del Tufello, oggi intitolato a Gigi Proietti, non è solo uno spazio commerciale. È un luogo dove il quartiere si riconosce.
È prossimità.
È socialità.
È informazione.
È abitudine.
È anziani che si incontrano.
È famiglie che fanno spesa.
È presidio di strada.
È microeconomia locale.
È parte della sicurezza urbana.
Quando un mercato funziona, il quartiere respira.
Quando si svuota, perde un pezzo di città.
Un mercato popolare non può essere trattato come una somma di banchi.
È infrastruttura sociale.
La domanda è:
il mercato del Tufello è trattato come presidio urbano o solo come spazio commerciale da gestire?
La memoria deve diventare cura
Tufello e Val Melaina sono luoghi di memoria.
Targhe, murales, racconti, luoghi simbolici, nomi che appartengono alla storia politica e civile di Roma.
Questa memoria è preziosa.
Ma la memoria, da sola, non basta.
Una targa non ripara un tetto.
Un murale non sistema una scala.
Una celebrazione non sostituisce la manutenzione.
Un’identità forte non risolve i servizi.
Una storia popolare non garantisce il futuro.
Una commemorazione non apre uno spazio giovani.
Un racconto antifascista non sostituisce una politica abitativa.
La memoria deve diventare cura.
Cura delle case.
Cura delle scuole.
Cura del mercato.
Cura degli spazi comuni.
Cura delle aree verdi.
Cura dei luoghi simbolici.
Cura dei servizi pubblici.
Cura delle generazioni che restano.
Altrimenti la città popolare viene ricordata, ma non sostenuta.
La domanda è:
Roma sa trasformare la memoria del Tufello in investimento quotidiano o la usa solo come racconto identitario?
Rigenerazione Tufello-Vigne Nuove: occasione o maquillage?
Il programma “15 Municipi, 15 Progetti per la città in 15 minuti” ha individuato Tufello-Vigne Nuove come ambito del Municipio III.
Le linee annunciate sono importanti: sistema ambientale, polarità culturali e sportive, mobilità, ex Detroit, microforesta, progetti europei, connessioni, spazi pubblici.
È una buona notizia.
Ma un dossier deve porre la domanda più severa:
la rigenerazione cambierà davvero la vita quotidiana o produrrà solo interventi visibili ma insufficienti?
Perché la città popolare conosce bene il linguaggio dei progetti.
Riqualificazione.
Rigenerazione.
Inclusione.
Città dei 15 minuti.
Microforeste.
Polarità.
Mobilità dolce.
Spazi sportivi.
Finanziamenti europei.
Sono parole importanti.
Ma la loro verità si misura nelle scale dei palazzi, nei marciapiedi, nei cortili, nei servizi, nei tempi di risposta, negli spazi che restano aperti, nella manutenzione dopo l’inaugurazione.
La rigenerazione non deve fotografare il quartiere.
Deve cambiarne le condizioni materiali.
Ex Detroit: sport, comunità e spazio non commerciale
Uno dei punti più interessanti del programma è l’area sportiva ex Detroit.
Lo sport è una politica sociale.
Non solo attività fisica.
Sport significa adolescenti che trovano un luogo.
Bambini che crescono nel quartiere.
Anziani che restano attivi.
Famiglie che si incontrano.
Scuole che usano spazi migliori.
Associazioni che costruiscono presidio.
Tempo libero che non passa dal consumo.
In un quadrante dove Porta di Roma rappresenta una centralità commerciale forte, gli spazi sportivi pubblici sono centrali.
Perché offrono un’alternativa.
Un ragazzo che ha uno spazio sportivo pubblico ha una possibilità in più.
Una famiglia che può usare un parco sportivo ha una spesa privata in meno.
Un quartiere che ha luoghi di aggregazione ha meno vuoti urbani.
Una scuola che può collegarsi allo sport ha più comunità intorno.
La domanda è:
la città popolare avrà luoghi pubblici per crescere, giocare e stare insieme o continuerà a essere spinta verso il consumo privato?
Giovani: memoria per gli adulti o futuro per i ragazzi?
La città popolare si misura anche dai giovani.
Non solo dagli anziani che resistono.
Il Tufello, Val Melaina e Vigne Nuove hanno memoria forte, ma il futuro dipende da chi decide di restare, studiare, lavorare, aprire attività, usare spazi, costruire relazioni.
I giovani hanno bisogno di luoghi.
Non solo strade.
Non solo muretti.
Non solo centri commerciali.
Non solo social network.
Non solo identità di quartiere raccontata dagli adulti.
Non solo mobilità verso altri municipi.
Hanno bisogno di sport, musica, studio, biblioteche, laboratori, spazi culturali, formazione, lavoro, connessioni, trasporto, opportunità.
Senza spazi, un quartiere diventa gabbia.
Senza sport, la strada occupa il vuoto.
Senza cultura, la memoria resta degli adulti.
Senza lavoro e formazione, l’identità non basta.
Senza trasporto, la città larga diventa lontana.
Senza luoghi, il disagio si organizza da solo.
La domanda è:
la rigenerazione Tufello-Vigne Nuove parla davvero ai giovani o soprattutto agli adulti che progettano per loro?
Microforeste e verde: il rischio del simbolo
Il programma prevede anche una microforesta.
L’idea è interessante.
Ma anche qui bisogna evitare il rischio del simbolo.
Una microforesta può essere intervento climatico, educativo, ecologico.
Può ridurre isole di calore.
Può rigenerare uno spazio inutilizzato.
Può diventare presidio verde.
Può costruire identità.
Ma non deve diventare alibi.
Non basta piantare.
Serve curare.
Non basta inaugurare.
Serve irrigare.
Non basta progettare.
Serve garantire sopravvivenza.
Non basta disegnare verde.
Serve renderlo accessibile.
La città popolare non ha bisogno di gesti simbolici scollegati.
Ha bisogno di interventi che durino.
La domanda è:
la microforesta sarà infrastruttura climatica di quartiere o immagine verde da comunicare?
La città dei 15 minuti: promessa o test di realtà?
Il concetto di città dei 15 minuti è potente.
Significa poter raggiungere servizi essenziali vicino casa.
Scuole.
Sport.
Verde.
Commercio.
Cultura.
Mobilità.
Spazi pubblici.
Servizi di prossimità.
Ma nel Tufello, a Val Melaina e a Vigne Nuove questa idea deve superare una prova concreta.
I servizi ci sono davvero?
Sono aperti?
Sono accessibili?
Sono ben collegati?
Sono sicuri?
Sono manutenuti?
Sono distribuiti?
Sono adatti agli anziani?
Sono adatti ai bambini?
Sono fruibili da chi non ha automobile?
Sono presenti anche fuori dagli eventi?
La città dei 15 minuti non è una formula urbanistica.
È una promessa di vita quotidiana.
E nei quartieri popolari le promesse devono essere verificate metro per metro.
La domanda è:
il Tufello sarà città dei 15 minuti per i residenti o quartiere-pilota per un progetto che rischia di restare sulla carta?
Il quartiere popolare come laboratorio, non come destinatario passivo
La città popolare non deve essere trattata come destinatario passivo.
Non come luogo su cui calare progetti.
Non come problema da risolvere.
Non come contenitore di disagio.
Non come territorio da educare.
Non come immagine da riqualificare.
Ma come luogo che produce conoscenza.
I residenti sanno dove manca luce.
Sanno dove si allaga.
Sanno dove il mercato funziona.
Sanno dove il marciapiede è rotto.
Sanno dove i giovani si ritrovano.
Sanno quali spazi sono morti.
Sanno quali parchi sono evitati.
Sanno quali palazzi aspettano interventi.
Sanno dove la sicurezza è percepita come fragile.
La partecipazione non deve essere consultazione rituale.
Deve diventare controllo civico nel tempo.
Il quartiere non deve essere ascoltato solo prima dell’annuncio.
Deve poter verificare dopo.
La sicurezza non può cancellare la dignità
Nei quartieri popolari il tema sicurezza è spesso usato male.
Da una parte viene negato per paura di stigmatizzare.
Dall’altra viene amplificato per costruire allarme.
Entrambi gli approcci sono deboli.
La sicurezza esiste.
Esistono problemi di spaccio, furti, spazi abbandonati, conflitti, vandalismi, occupazioni improprie, disagio giovanile, paure degli anziani, luoghi evitati.
Ma la sicurezza non può diventare l’unico modo di parlare della città popolare.
Un quartiere sicuro è un quartiere vissuto.
Con case manutenute.
Spazi pubblici curati.
Mercati aperti.
Scuole presenti.
Sport accessibile.
Illuminazione.
Servizi sociali.
Cultura.
Giovani con luoghi.
Presidi di prossimità.
Residenti ascoltati.
La domanda è:
Roma vuole controllare la città popolare o renderla abbastanza curata da non essere lasciata sola?
Anziani e prossimità: la città popolare che invecchia
La città popolare è anche città degli anziani.
Persone che abitano da decenni nello stesso complesso.
Che conoscono il mercato.
Che sanno la storia delle scale.
Che ricordano prima dei progetti.
Che hanno bisogno di ascensori, riscaldamenti, marciapiedi, farmacie, panchine, autobus, presidi sanitari, negozi, sicurezza.
Per un anziano, la manutenzione non è dettaglio.
È autonomia.
Una scala buia limita l’uscita.
Un riscaldamento che non funziona diventa vulnerabilità.
Un marciapiede rotto diventa rischio.
Un mercato che si svuota diventa isolamento.
Una panchina mancante diventa fatica.
Un servizio lontano diventa rinuncia.
La città popolare invecchia.
E se non viene curata, l’invecchiamento diventa isolamento.
La domanda è:
Tufello, Val Melaina e Vigne Nuove sono quartieri dove si può invecchiare con dignità?
Campidoglio, Municipio, Ater: chi deve rispondere?
La città popolare ha una catena di responsabilità complessa.
Campidoglio.
Municipio III.
Ater.
Regione Lazio.
Dipartimenti competenti.
Scuole.
Servizi sociali.
Polizia Locale.
AMA.
Associazioni.
Comitati.
Cittadini.
Quando tutto funziona, la complessità è governo.
Quando non funziona, la complessità diventa scarico di responsabilità.
Chi interviene su una infiltrazione?
Chi risponde a una scala buia?
Chi cura i cortili?
Chi sistema il mercato?
Chi finanzia il parco sportivo?
Chi mantiene la microforesta?
Chi ascolta i giovani?
Chi garantisce il riscaldamento?
Chi controlla gli spazi comuni?
Chi programma gli interventi sulle case popolari?
Chi verifica che la rigenerazione non resti solo progetto?
La città popolare non può vivere di competenze frammentate.
Ha bisogno di responsabilità leggibili.
Le opposizioni: non basta dire “quartieri abbandonati”
Sulla città popolare, le opposizioni possono usare una formula facile: quartieri abbandonati.
Ma non basta.
Il dossier pone domande più precise.
Le opposizioni sono favorevoli a un censimento pubblico dello stato degli immobili Ater nel Municipio III?
Sono favorevoli a pubblicare tempi medi di risposta alle manutenzioni?
Sono favorevoli a monitorare riscaldamenti, infiltrazioni, ascensori, scale e spazi comuni?
Sono favorevoli a un bilancio sociale della rigenerazione Tufello-Vigne Nuove?
Sono favorevoli a verificare se la città dei 15 minuti produce davvero servizi quotidiani?
Sono favorevoli a garantire che ex Detroit, microforesta e progetti europei siano mantenuti dopo l’inaugurazione?
Sono favorevoli a proteggere mercato, scuole e spazi sportivi come infrastrutture sociali?
Sono favorevoli a trattare Tufello, Val Melaina e Vigne Nuove non come problema, ma come parte centrale della città?
“Quartieri abbandonati” è uno slogan.
“Quale piano di manutenzione, servizi, casa pubblica, giovani, anziani e spazi civici?” è una politica.
Il punto cieco: i dati che servono
La città popolare non può essere raccontata solo con memoria o percezione.
Servono dati.
Quanti alloggi pubblici ci sono tra Tufello, Val Melaina e Vigne Nuove?
Quanti necessitano di manutenzione?
Quante segnalazioni riguardano infiltrazioni, muffa, riscaldamenti, impianti, ascensori, scale, cortili?
Quali sono i tempi medi di intervento?
Quanti anziani vivono negli alloggi pubblici?
Quante famiglie con bambini?
Quanti giovani restano nel quartiere?
Quali servizi sono raggiungibili in 15 minuti reali?
Qual è lo stato del mercato rionale?
Quali spazi sportivi sono attivi?
Quali progetti sono finanziati, cantierati, conclusi o in manutenzione?
Quanto verde è accessibile e curato?
Quanto costa il mancato intervento sul patrimonio pubblico?
Quante associazioni suppliscono a carenze pubbliche?
Senza questi dati, il racconto della città popolare resta retorica.
Con questi dati, diventa governo.
La domanda finale
Tufello, Val Melaina e Vigne Nuove non chiedono compassione.
Chiedono riconoscimento.
Non chiedono di essere raccontati come problema.
Chiedono di essere curati come città.
Non chiedono nostalgia.
Chiedono manutenzione.
Non chiedono solo murales.
Chiedono case sane.
Non chiedono solo eventi.
Chiedono servizi quotidiani.
Non chiedono solo sicurezza.
Chiedono spazi vivi.
Non chiedono solo rigenerazione.
Chiedono continuità dopo i progetti.
La città popolare è una prova di Roma.
Perché se Roma non cura i quartieri che hanno costruito comunità, memoria, resistenza e prossimità, perde una parte della propria identità democratica.
La domanda finale è questa:
Tufello, Val Melaina e Vigne Nuove saranno trattati come una città popolare da far vivere o come un patrimonio sociale che Roma lascia invecchiare finché diventa emergenza?
Box documentale — I dati e gli atti chiave
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Indicatore |
Dato |
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Ambito del dossier |
Tufello, Val Melaina, Vigne Nuove |
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Programma comunale |
“15 Municipi, 15 Progetti per la città in 15 minuti” |
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Ambito scelto nel Municipio III |
Tufello-Vigne Nuove |
|
Origine del Tufello secondo Roma si trasforma |
metà anni Trenta del Novecento |
|
Vigne Nuove secondo Roma si trasforma |
porzione costruita alla fine degli anni Settanta |
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Linee di intervento indicate |
sistema ambientale, polarità culturali e sportive, mobilità |
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Primo intervento finanziato |
area sportiva ex Detroit |
|
Importo indicato per ex Detroit |
1,5 milioni di euro |
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Interventi indicati |
nuovo parco sportivo, microforesta, progetti europei We-Z e reGreeneration |
|
Mercato rionale del Tufello |
costruito a partire dal 1958, oggi intitolato a Gigi Proietti |
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Tema casa pubblica |
manutenzione, riscaldamenti, infiltrazioni, muffa, spazi comuni |
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Nodo politico del dossier |
città popolare da curare o patrimonio sociale lasciato invecchiare |
Box politico — Le posizioni in campo
Campidoglio
Ha scelto Tufello-Vigne Nuove come ambito del programma 15 minuti e deve dimostrare che la rigenerazione non si ferma alla progettazione: ex Detroit, microforesta, spazi verdi, sport e connessioni devono diventare servizi duraturi.
Municipio III
È il livello che conosce la concretezza del quartiere: mercato, scuole, spazi sportivi, verde, strade, segnalazioni, associazioni, giovani, anziani, cortili, identità e conflitti quotidiani.
Ater / Regione Lazio
Sono centrali sul tema casa pubblica: manutenzione, riscaldamenti, infiltrazioni, facciate, impianti, spazi comuni e tempi di risposta determinano la dignità reale dell’abitare.
Residenti
Sono i custodi della conoscenza quotidiana: sanno dove la rigenerazione serve, dove i progetti rischiano di essere insufficienti, dove la manutenzione manca, dove il quartiere resiste.
Giovani
Sono il test del futuro: senza spazi sportivi, culturali, formativi, lavorativi e relazionali, la memoria popolare non basta a trattenere nuove generazioni.
Anziani
Sono la memoria viva del quartiere, ma anche i più esposti a case non manutenute, servizi lontani, marciapiedi difficili, riscaldamenti fragili e isolamento.
Associazioni e comitati
Tengono vivo il presidio civico e culturale del territorio. Il rischio è che suppliscano stabilmente a ciò che dovrebbe essere garantito da politiche pubbliche ordinarie.
Opposizioni
Il terreno politico non è dire genericamente “quartieri abbandonati”, ma chiedere dati, manutenzione programmata, verifica della città dei 15 minuti, stato degli immobili pubblici, spazi per giovani e continuità dopo i progetti di rigenerazione.
Box territoriale — Le aree critiche
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Area |
Nodo urbano |
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Tufello |
identità popolare, memoria civile, case pubbliche, mercato, rigenerazione |
|
Val Melaina |
prossimità, servizi, memoria, connessione con Tufello e Vigne Nuove |
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Vigne Nuove |
edilizia pubblica, grandi complessi, spazi aperti, manutenzione |
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Mercato Gigi Proietti |
presidio commerciale e sociale del quartiere |
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Ex Detroit |
futuro parco sportivo e spazio pubblico non commerciale |
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Via delle Vigne Nuove |
asse residenziale e simbolo del rapporto tra case pubbliche e manutenzione |
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Piazza degli Euganei |
possibile polarità di quartiere |
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Via Monte Ruggero / via del Gran Paradiso |
polo culturale e sportivo previsto dal programma |
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Jonio / Val Melaina |
connessione con mobilità, memoria e spazi pubblici |
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Municipio III |
città larga che deve decidere se curare davvero la propria parte popolare |
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