Roma non è soltanto capitale politica, amministrativa, turistica e religiosa. È anche una delle più grandi città universitarie d’Europa. Ma questa identità, pur enorme nei numeri, resta quasi invisibile nel modo in cui la città si racconta e si governa.

Nel perimetro MUR/USTAT ricostruito per questo dossier, Roma ospita 17 atenei con sede nel Comune: 4 pubblici e 13 privati o non statali, incluse diverse università telematiche. Il dato più sorprendente è l’equilibrio numerico tra pubblico e privato: circa 180 mila studenti negli atenei pubblici e circa 178 mila nei privati/non statali. In pratica, il sistema universitario romano vale quasi 360 mila iscritti, una popolazione equivalente a una grande città italiana.

Eppure Roma non sembra ancora pensarsi come capitale universitaria. Le università incidono sugli affitti, sui trasporti, sulla domanda di stanze, sulla sanità, sulla ricerca, sulla reputazione internazionale, sul lavoro qualificato, sulle economie di quartiere. Ma manca una strategia metropolitana capace di trattarle come una vera infrastruttura urbana.

Questa è la contraddizione centrale: Roma ospita università di peso mondiale, ma non ha ancora una politica urbana all’altezza del proprio sistema universitario.


Il gigante: Sapienza, il marchio globale che Roma non usa abbastanza

La gerarchia reputazionale è netta. Sapienza Università di Roma è l’unico ateneo romano stabilmente collocato nella fascia alta dei grandi ranking internazionali generalisti. Nel QS World University Rankings 2026 è al 128° posto mondiale ed è indicata come prima università generalista italiana; nel Times Higher Education World University Rankings 2026 è 170ª al mondo; nell’ARWU-Shanghai 2025 è nella fascia 101-150

Sapienza non è solo grande. È un marchio globale. Nel QS by Subject 2026 è prima al mondo in Classics & Ancient History, un risultato che lega Roma alla sua identità storica più profonda: la città antica che produce ancora reputazione scientifica contemporanea.

Il problema non è Sapienza. Il problema è Roma. Una città con un ateneo di questa forza dovrebbe costruirci intorno politiche di attrazione internazionale, residenzialità studentesca, ricerca applicata, start-up, congressualità scientifica, distretti culturali e alleanze industriali. Invece Sapienza appare spesso come un gigante dentro la città, non come il perno di una strategia urbana.

Il paradosso è evidente: Roma possiede un asset universitario globale, ma lo tratta ancora come una presenza settoriale.


Tor Vergata, il campus che poteva cambiare Roma sud-est

Se Sapienza è il gigante storico, Tor Vergata è il grande progetto urbano incompiuto. Fondata nel 1982, è l’ateneo romano che più si avvicina a un modello di campus europeo: ampio, scientifico, policentrico, con una forte integrazione tra didattica, medicina, ricerca e territorio. Nel dossier di base risulta collocata nella fascia THE 2026 301-350, ARWU 2025 401-500 e SCImago Italia 2026 n. 15.

Il punto è urbano prima ancora che accademico. Tor Vergata avrebbe potuto diventare il grande motore della trasformazione di Roma sud-est: università, policlinico, ricerca biomedica, studentati, spazi verdi, mobilità, imprese innovative, residenze, servizi. In parte lo è. Ma non abbastanza.

Il campus esiste, ma non è ancora diventato città. La connessione con il resto di Roma resta debole; la mobilità non è proporzionata al potenziale; l’effetto distretto non è pienamente maturo. Tor Vergata è una delle più grandi occasioni urbane non completamente sfruttate della Capitale.

La domanda è politica: Roma vuole davvero trasformare Tor Vergata in un distretto della conoscenza, o continuerà a considerarla una periferia universitaria?


Roma Tre, l’ateneo che ha cambiato i quartieri

Roma Tre racconta un altro modello. Non il gigantismo della Sapienza, non il campus esteso di Tor Vergata, ma l’università urbana che entra nei quartieri e li trasforma. Ostiense, Garbatella, Marconi, San Paolo: Roma Tre ha contribuito a ridisegnare l’economia quotidiana di intere aree semicentrali.

Nei ranking globali ha una visibilità inferiore rispetto a Sapienza e Tor Vergata: il dossier la colloca in fascia QS 2026 901-950, THE 2026 801-1000, ARWU 2025 901-1000. Ma il suo valore urbano non si misura solo con le classifiche. Si misura nella domanda di case, bar, librerie, servizi, mobilità, coworking, cultura, ristorazione, vita quotidiana.

Roma Tre è forse l’ateneo che meglio mostra cosa significa università come infrastruttura di quartiere. Dove arriva una facoltà, cambia il mercato immobiliare. Dove arrivano studenti e docenti, cambiano gli esercizi commerciali. Dove si concentrano biblioteche, aule e dipartimenti, cambia la geografia sociale.

Ma anche qui manca il salto: Roma Tre ha prodotto trasformazione urbana; Roma Capitale non sempre l’ha governata come leva strategica.


LUISS, Campus Bio-Medico e il privato che produce capitale relazionale

Nel sistema privato romano, LUISS Guido Carli è il marchio più forte. Non compete con Sapienza sul piano della massa scientifica generalista. Compete su un altro terreno: classe dirigente, placement, economia, diritto, management, scienze politiche, relazioni con imprese e istituzioni.

La Classifica Censis 2025/2026 valuta gli atenei italiani su indicatori come strutture, servizi, borse, internazionalizzazione, comunicazione e occupabilità; nel dossier di base LUISS risulta prima tra i grandi atenei non statali, con un profilo particolarmente forte nel segmento business-law-policy. (Censis)

Il valore di LUISS per Roma non è soltanto formativo. È relazionale. LUISS produce reti, accesso, capitale sociale, connessione con imprese, amministrazioni, studi professionali, istituzioni nazionali e internazionali. È uno dei punti in cui Roma non è solo città universitaria, ma città di potere.

Diverso il caso di Campus Bio-Medico, che rappresenta il privato romano più credibile nel binomio sanità-ricerca. La sua forza è nella filiera clinica e biomedicale: formazione, ospedale, ricerca applicata, professioni sanitarie. In una città che ha enormi strutture ospedaliere e universitarie, questo segmento potrebbe diventare un asse di sviluppo molto più forte.

La sanità universitaria romana — Sapienza, Tor Vergata, Campus Bio-Medico, UniCamillus, San Raffaele Roma — non è solo un capitolo accademico. È economia urbana avanzata: lavoro qualificato, ricerca clinica, pazienti, laboratori, tecnologie, formazione continua, attrazione internazionale.


Le telematiche: il gigante numerico che cambia il mercato

La trasformazione più sottovalutata riguarda le università telematiche. Nel perimetro romano, il blocco digitale ha dimensioni enormi. Mercatorum, Guglielmo Marconi, Unicusano, UNINETTUNO, San Raffaele Roma e UnitelmaSapienza intercettano decine di migliaia di studenti. Il dossier di base indica Mercatorum sopra i 64 mila iscritti, Marconi sopra i 23 mila, Unicusano sopra i 18 mila, UNINETTUNO e San Raffaele Roma sopra i 17 mila.

Questo cambia la natura stessa della città universitaria. Una parte crescente dell’università romana non vive più necessariamente nei campus, nelle biblioteche o nei quartieri studenteschi. Vive nelle piattaforme, nella formazione a distanza, nella domanda di studenti lavoratori, nel lifelong learning, nei percorsi professionalizzanti.

Ma qui emerge una frattura: le telematiche pesano moltissimo nei numeri, molto meno nella reputazione scientifica internazionale. Sono grandi nel mercato, più deboli nella ricerca comparabile. Rispondono a un bisogno reale di flessibilità e accesso, ma non sostituiscono la massa critica scientifica dei grandi atenei pubblici.

È uno dei punti più delicati del dossier: Roma ha un sistema universitario sempre più privatizzato e digitalizzato nei volumi, ma la sua reputazione accademica resta fondata soprattutto sui grandi atenei pubblici.


Il vero buco nero: gli alloggi per studenti

Il nodo più urgente non è nei ranking. È nelle case.

Una città con quasi 360 mila studenti dovrebbe avere una politica abitativa universitaria esplicita, misurabile, integrata con urbanistica e trasporti. Invece Roma affronta il tema spesso in modo emergenziale. Il Ministero dell’Università e della Ricerca prevede, nell’ambito PNRR, la creazione di 60 mila posti letto per studenti universitari fuori sede entro il 30 giugno 2026. (MIT) Cassa Depositi e Prestiti richiama un fondo per alloggi destinati agli studenti con dotazione di 599 milioni di euro e contributi fino a circa 20 mila euro per nuovo posto letto. (Cassa Depositi e Prestiti)

Roma è dentro questa partita, ma parte da una pressione abitativa già altissima. Secondo un rapporto citato da RaiNews nel 2025, Roma era la quarta città più cara d’Italia per affittare una stanza singola, con un prezzo medio di 575 euro al mese, dietro Milano, Bologna e Firenze. 

Questo dato cambia il senso dell’intero dossier. L’università non è solo ascensore sociale: può diventare anche filtro economico. Se studiare a Roma significa sostenere costi abitativi crescenti, la Capitale rischia di selezionare gli studenti non solo per merito, ma per reddito familiare.

Il conflitto è già aperto: studenti contro caro-affitti, residenti contro pressione immobiliare, locazioni tradizionali contro affitti brevi, quartieri universitari contro rendita. San Lorenzo, Bologna, Policlinico, Ostiense, Marconi, San Paolo, Trieste, Parioli, Tor Vergata: ogni polo universitario produce una propria geografia immobiliare.

Il punto non è costruire qualche studentato in più. Il punto è capire se Roma vuole una vera politica dello student housing o se continuerà a lasciare il diritto allo studio nelle mani del mercato privato.


Trasporti: l’altra tassa occulta sugli studenti

A Roma il costo dell’università non è solo la retta. È il tempo.

Il tempo per raggiungere le sedi. Il tempo perso nei collegamenti. Il tempo tra casa, metro, bus, treni regionali, campus e quartieri periferici. In una città policentrica e dispersa, la mobilità universitaria è una vera infrastruttura sociale.

Sapienza è relativamente centrale ma congestionata. Roma Tre è integrata nella rete urbana ma dipendente dagli assi metro-ferroviari. Tor Vergata è penalizzata dalla distanza e dalla qualità delle connessioni. Campus Bio-Medico e UniCamillus pongono temi analoghi di accessibilità. Le telematiche risolvono il problema fisico, ma al prezzo di un’esperienza universitaria meno urbana.

Il trasporto è una forma nascosta di disuguaglianza. Uno studente che vive vicino alla sede compra tempo. Uno studente costretto a spostamenti lunghi lo perde ogni giorno. E il tempo, nell’università, è capitale: per studiare, lavorare, fare ricerca, costruire relazioni, vivere la città.


La ricerca resta pubblica

Quando si passa dalla dimensione commerciale alla ricerca, il baricentro torna pubblico. La linea MUR sui Dipartimenti di eccellenza 2023-2027 si basa su metodologia ANVUR e risultati VQR, con finanziamenti destinati ai dipartimenti più competitivi. (MIT) Secondo la ricostruzione del dossier di base, Roma concentra l’eccellenza soprattutto nei tre grandi atenei pubblici: Sapienza con 12 dipartimenti finanziati, Roma Tre con 4, Tor Vergata con 3.

Questo è il cuore strutturale del sistema. I privati crescono, le telematiche esplodono, il mercato si allarga. Ma la ricerca valutata, competitiva e reputazionale resta concentrata nei grandi atenei pubblici.

Per Roma significa una cosa precisa: se la città vuole essere competitiva nell’economia della conoscenza, deve investire sulla relazione tra università pubbliche, imprese, sanità, cultura, tecnologia e amministrazione urbana. Non basta avere gli atenei. Bisogna usarli come piattaforme di sviluppo.


La mappa del potere universitario romano

Il sistema romano può essere letto in cinque blocchi.

Il primo è il blocco della reputazione globale, dominato da Sapienza.

Il secondo è il blocco della ricerca pubblica strutturata, formato da Sapienza, Tor Vergata e Roma Tre.

Il terzo è il blocco del privato ad alto valore posizionale, con LUISS, Campus Bio-Medico, LUMSA, UNINT, Università Europea di Roma, Link Campus e UniCamillus.

Il quarto è il blocco delle telematiche, enorme nei numeri, più fragile nella reputazione scientifica.

Il quinto è il blocco dell’impatto urbano invisibile: alloggi, trasporti, commercio, ristorazione, sanità, quartieri, rendita immobiliare, studenti fuori sede, famiglie, lavoro.

Ed è proprio quest’ultimo blocco che dovrebbe interessare di più Roma. Perché gli atenei non sono solo istituzioni formative. Sono macchine urbane.


Chi guadagna dalla città universitaria?

Ogni studente genera economia. Paga affitti, consuma trasporti, mangia fuori casa, compra libri, frequenta palestre, usa biblioteche, cerca stanze, lavora part-time, partecipa alla vita culturale. Ogni docente e ricercatore genera relazioni professionali, progetti, convegni, pubblicazioni, consulenze, trasferimento tecnologico. Ogni dipartimento può diventare presidio di innovazione.

Ma i benefici non sono distribuiti in modo neutrale. I proprietari immobiliari nelle zone universitarie intercettano una parte crescente della rendita. Gli studenti fuori sede sopportano una quota crescente dei costi. I quartieri ricevono domanda ma anche pressione. Le università producono reputazione, ma la città non sempre la converte in sviluppo.

La vera domanda è scomoda: Roma sta costruendo un’economia universitaria o sta semplicemente incassando rendita dalla presenza degli studenti?


Cosa dovrebbe fare Roma

Una capitale universitaria degna di questo nome dovrebbe avere un piano in cinque mosse.

Primo: mappare la domanda abitativa studentesca, quartiere per quartiere, distinguendo studenti residenti, fuori sede, internazionali, lavoratori e iscritti alle telematiche.

Secondo: costruire una politica sugli studentati, non episodica ma strutturale, legata a rigenerazione urbana, immobili pubblici dismessi, aree ferroviarie, ex caserme, patrimonio sottoutilizzato e partenariati con operatori qualificati.

Terzo: trattare i campus come nodi di trasporto, non come destinazioni marginali. Tor Vergata, Campus Bio-Medico, Roma Tre e Sapienza dovrebbero essere parte di una rete metropolitana universitaria.

Quarto: creare distretti della ricerca applicata, mettendo insieme università, sanità, imprese, start-up, fondazioni, amministrazioni pubbliche e investitori.

Quinto: costruire una narrazione internazionale di Roma città universitaria, non solo di Roma città turistica. La Capitale attrae milioni di visitatori; deve imparare ad attrarre e trattenere più talenti.


Roma ha gli atenei, ma non ancora la città universitaria

Il dossier porta a una conclusione netta.

Roma possiede una delle più grandi infrastrutture universitarie d’Europa, ma non la governa ancora come tale. Ha Sapienza, un ateneo globale. Ha Tor Vergata, un campus che potrebbe diventare distretto scientifico. Ha Roma Tre, che ha trasformato quartieri interi. Ha LUISS, che produce capitale relazionale. Ha Campus Bio-Medico e altri poli sanitari. Ha un blocco telematico enorme. Ha quasi 360 mila studenti nel perimetro analizzato.

Ma non ha ancora una strategia metropolitana della conoscenza.

La città universitaria esiste già. È nei contratti d’affitto, negli autobus pieni, nei bar vicino alle facoltà, nei laboratori, nei policlinici, negli studentati insufficienti, nei ranking internazionali, nelle famiglie che pagano stanze sempre più care, nei quartieri che cambiano senza un disegno.

Roma non deve diventare una città universitaria. Lo è già.

Il problema è che non se n’è ancora accorta abbastanza.

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